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Marco Ferreri. El cochecito


L’opera di Marco Ferreri (Milano, 11 maggio1928 – Parigi, 9 maggio 1997), pericolosa ma necessaria, non ha avuto vita facile a causa dell’apparato censorio.
Ferreri era un ottimista, lucido, dissacrante e disincantato, talmente libero da sapere che liberi non siamo mai. Il suo “Humor negro” ci fa sorridere proprio quando ne avremmo ben pochi motivi.

La sua produzione vanta anche questo piccolo gioiello del 1960: “El cochecito – La carrozzella”. Basato sulla sceneggiatura dell’altrettanto caustico Rafael Azcona, ci mostra – senza i filtri del buonismo politicamente corretto – uno spaccato della società nella Spagna franchista degli anni ’60: una massoneria confessionale, non occulta, che controlla quasi tutti i posti chiave dell’università e della pubblica amministrazione.

La lotta al liberalismo miete le sue vittime e crea una media borghesia genuflessa, un coacervo di rimossi sociali, bisogni frustrati e snaturati veicolati anche dal boom economico, ma, soprattutto, una borghesia dimentica dell’etica che, in quanto patto tra simili, dovrebbe precedere la religione.
Il film narra l’ultima parte della vita di Don Anselmo, obsoleto ma ancora arzillo ottuagenario ex dipendente del ministero.Anche Don Anselmo è parte di quella media borghesia piena di buoni cattolici avvelenati da un grigio conformismo informativo e anchilosati dalla lunga pratica repressiva e censoria che li ha privati del senso critico e messi in balia di autocensura, contagio psichico e rigido moralismo.
Questo è appunto il dramma del vetusto Anselmo: non vuole sentirsi escluso.

Scomodiamo un solo istante James Hillman: «Forse i vecchi diventano disfunzionali perché non immaginiamo per loro alcuna funzione. La produttività è una misura troppo angusta dell’utilità».
In famiglia vige il disinteresse reciproco – frutto di vecchi rancori? – e una sudditanza, anche di natura economica, dettata dal figlio avvocato di successo.
Fortunatamente Don Anselmo ha un caro amico paralitico e tutto procede più o meno bene fino a quando nelle vita di questi non entra il progresso sotto forma di una carrozzella a motore.

La compagnia di amici si allarga e Don Anselmo viene presentato ad un gruppo eterogeneo di privilegiati disabili motorizzati. Ma i gruppi sono gruppi come le ideologie sono ideologie.
Insomma, il conformismo non risparmia neanche gli invalidi e il sanissimo Don Anselmo rischia di venir emarginato dai nuovi amici che, per un motivo o per l’altro, non possono trasportarlo.In breve, non sei del gruppo se non hai una carrozzella a motore pure tu.

L’epidemia da contagio psichico dilaga: la carrozzella diventa un’idea fissa, un modo per esorcizzare la morte.
Se è vero che solo l’altro mi fa esistere vedendomi, va da sé che entrare nel gruppo diventa essenziale.
Forse la vita non è fatta di minuzie logiche, ma di caos pungente e di un sotteso non-detto, così per trovare il suo posto in società Don Anselmo è disposto a fingersi infermo e magari, abituandosi alla carrozzella, a diventarlo davvero.

La sfilata di personaggi che ci viene incontro durante la visione, include delatori capricciosi, opportunisti, competitivi, altolocati benpensanti, pie strozzine, donne in cerca di espiazione e il rapace Don Ilario che vende carrozzelle per vocazione. Possiamo considerare Don Ilario un missionario o l’avanguardia dei negrieri.
Ogni società ha i suoi prodotti e sottoprodotti, e visto che questa produce disabilità (funzionali e non), gli affari di Don Ilario vanno a gonfie vele.
Con fare sibillino Don Ilario mostra l’ultima novità a Don Anselmo: un modello su brevetto americano usato “per i reduci dell’ultima guerra” e assai agognato pure dalla “Marchesa”. A conclusione dell’opera di persuasione, Don Ilario materializza pure una falsa diagnosi di necrosi alle gambe.

Il falso bisogno è ora creato e la smania di possedere la carrozzella in Don Anselmo cresce a dismisura. La smania giungerà al parossismo durante la galvanizzante gara di velocità tra carrozzelle creata per dare visibilità ai “diversi”.
Ma l’inclusione motorizzata costa. E quanto costa!
Il poveretto le prova tutte e dopo l’ennesimo rifiuto del figlio, con tanto di minaccia di denuncia e interdizione, viene sopraffatto da rabbia e frustrazione. Perso il lume della ragione, Don Anselmo afferra una bottiglia di veleno per porre fine alla sua sofferenza.
Ma, come ricorda Buñuel, tra sordi e ciechi non corre buon sangue e quando anche il significante sostituisce il significato gli effetti collaterali non tardano ad arrivare.

Da lì all’avvelenamento – non senza una lacrima – di tutta la famiglia il passo è breve.
Il calvario senile tocca il suo apice nell’epilogo (non sottacciamo che il regime franchista censurò e sostituì questo finale con una compiacente quanto forzata riconciliazione familiare): Don Anselmo, motorizzato come tutti gli altri, si allontana scortato da due guardie lungo una strada deserta. Lo attende il carcere. Ma poco importa, ha il suo cochecito.
D’altronde le manie possono aiutare a sopravvivere, nonostante tutto.

Fonti:
• “El cochecito – La carrozzella” (1960) regia di Marco Ferreri.
• Gianluca Magi, “Goebbels. 11 tattiche di manipolazione oscura”, Prefazione di Jean-Paul Fitoussi, Piano B, 2021: https://bit.ly/3x8tgtp
• Luis Buñuel, “Sempre ateo, grazie a Dio”, E/O, 2020.
• James Hillman, “La forza del carattere. La vita che dura”, Adelphi, 2000.
• Gregory Bateson, “Verso un’ecologia della mente”, Adelphi, 1977.
• Paul Éluard, “Capitale de la Douleur”, Nouvelle Revue Française, 1926.


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