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La società della sorveglianza


• A partire dal libro Goebbels. 11 tattiche di manipolazione oscura, Prefazione di Jean-Paul Fitoussi, Piano B, 2021: https://cutt.ly/RxGCEvG​ – libro prima censurato e poi silenziato dai media mainstream – riflettiamo insieme sul significato di quanto sta accadendo in questi mesi, a livello globale.
Sulle strategie di addomesticamento, di controllo sociale, di manipolazione e massificazione ancora oggi in vigore. Gianluca Magi tratteggia un inquietante scenario – la società della sorveglianza – mostrando come ancora in questi mesi la massa sia condizionata, addomesticata e strumentalizzata, mentre la consapevolezza ed il tentativo di osservare criticamente la nostra realtà dovrebbero essere i punti cardine della nostra vita.

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La rana bollita. A che punto di cottura è?


Nuova conversazione con Gianluca Magi attorno al libro
Goebbels. 11 tattiche di manipolazione oscura,
Prefazione di Jean-Paul Fitoussi, Piano B, 2021: https://cutt.ly/RxGCEvG
Libro prima censurato e poi silenziato dai media mainstream.
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Etty Hillesum. Illuminarsi nel buio.


Quando il mostro gigantesco apre le sue terribili fauci per ingoiare case, città, paesaggi naturali, animali e milioni di esseri umani, non senza prima averli terrorizzati e torturati, una piccola perla si configge con fermezza nella sua gola e lì rimane e lì fa sentire la sua voce al mondo, rivelando il senso più profondo delle cose.

I Paesi Bassi sono già occupati, Hitler e il nazismo avanzano e si fanno più pressanti.

L’incontro del destino avviene in una serata con amici nel gennaio del 1941, a cui è presente Julius Spier, dotato di un talento particolare: leggendo le forme e le linee delle mani, sa cogliere i segni del carattere, le profondità dell’anima.
Jung stesso, a Zurigo, gli aveva indicato come nuova professione la psicochirologia, nella quale Spier si dimostra eccellente Maestro: viene definito «una personalità magica» per i forti influssi che sa esercitare sulle persone, per l’irresistibile magnetismo che emana.

Affascinante e carismatico, quando quella sera incontra Etty. Julius ha 54 anni, lei 27.

Iniziano le sedute a casa di lui, che abita poco lontano. Oltre ai colloqui, Julius propone incontri di lotta, a stretto contatto fisico. «Corpo e anima sono una cosa sola» – le dice. Le suggerisce anche di scrivere un diario.

Etty diventa sua paziente, sua assistente e infine sua amante.
Profondamente influenzata da quella forte, misteriosa personalità, scrive: «Ha assegnato il posto giusto alle cose che già facevano parte di me, come in un puzzle: tutti i pezzetti erano sparsi alla rinfusa e lui li ha ricomposti in un insieme ricco di significato».

Ai quaderni consegna il racconto della sua vita. Attraversa e descrive magistralmente ogni fase di quella relazione amorosa. Se all’inizio annota con crudezza l’aspetto dell’uomo, più vecchio e più esperto, poi si rende conto che con lui può nutrire finalmente la sua grande fame di crescita e di conoscenza.

Supera il bisogno di averlo tutto per lei e la gelosia per le altre donne che lo circondano; con il suo forte istinto di autonomia e il forte desiderio di trascendere i propri limiti, Etty scopre un modo diverso di amare che rispetta la libertà di ciascuno.
Riflette sulla condizione femminile storicamente incline ad appoggiarsi all’uomo e a realizzarsi nell’amore per lui. Pur godendo dei momenti trascorsi insieme, dell’affinità dei loro corpi e delle loro anime, arriva a comprendere che Julius è un tramite, non uno scopo: l’amore per un uomo non basta se non confluisce nell’amore per l’umanità e per il mondo, offrendo la libertà e la gioia di una consapevolezza più elevata.

Pagine memorabili sono dedicate a quello che lei chiama «il sentimento della vita» e al dialogo ininterrotto con Dio, a cui Etty si rivolge come alla parte più profonda di se stessa.
Quando, a fronte di nuove e crudeli limitazioni, gli altri la rimproverano perché non tenta di sfuggire dalle “grinfie”dei nazisti, risponde che non si sente nelle grinfie di nessuno, anzi si sente tra le braccia di Dio e sa con certezza che anche se “dovessero farla a pezzi” si sentirà sempre così. Nelle sue preghiere arriva ad essere protettiva e materna: «Se tu non puoi aiutare noi, siamo noi ad aiutare te, a difendere fino all’ultimo la tua casa in noi», «in questo modo aiutiamo noi stessi». «E forse possiamo anche contribuire a disseppellirti dai cuori devastati di altri uomini».

Hitler e l’antisemitismo stringono il cerchio attorno agli Ebrei: divieti, violenze, ghetti, stelle gialle, deportazioni, campi di lavoro, campi di sterminio.

Etty comprende con lucida chiarezza che i tedeschi vogliono il loro annientamento, ma non sceglie la via dell’odio, vuole essere parte di quella tragica sorte “destino di massa”. Si iscrive al Consiglio Ebraico per ottenere alcuni privilegi e alcune libertà di movimento. Parte quindi volontaria, come assistente sociale, per Westerbork, campo di lavoro e di smistamento.

Una brughiera con al centro dei lupini gialli, recintata da filo spinato. Ogni settimana, implacabile, fa la sua comparsa un treno merci che strapperà i prigionieri dal campo, stipandoli fino quasi a soffocarli, per trasportarli ad Auschwitz, un al di là circondato dal più fitto mistero, da cui nessuno fa ritorno e di nessuno si conosce la sorte.
Etty fa la spola tra il campo e Amsterdam, recapitando comunicazioni, viveri, medicinali e altre necessità per i prigionieri.

Julius, «ostetrico della sua anima», il giorno prima di essere deportato a Westerbork, dopo una breve malattia, muore.
Messa a dura prova, Etty è costretta da malesseri fisici a passare periodi a casa e all’ospedale. Con la consueta lucidità scrive all’amico Osias: «Lo spirito è più che mai vivace e creativo e intenso, il corpo non offre ancora una struttura abbastanza forte da poterlo sorreggere».Gli amici le propongono più volte di fuggire, offrendole aiuto, ma Etty rifiuta, recupera le forze, si stabilisce nel campo dove con grande amore e determinazione dedica tutta se stessa, senza risparmiarsi.

A Westerbork il ritmo si fa più serrato, arrivano ondate di prigionieri che si ammassano nelle cuccette, nel freddo delle baracche, nel fango e nelle tempeste di sabbia, nelle privazioni di cibo, in condizioni igieniche che provocano malattie, senza nessun riguardo per neonati, bambini, invalidi, donne incinte, anziani e con il terrore per tutti di salire su quel treno che ogni lunedì, come un mostro divoratore, viene a prelevarli per un oscuro ignoto. Quando giungono anche i genitori e il fratello Mischa, Etty li sostenta e li assiste, sacrificando ogni attimo, ogni particella di energia, mentre continua ad essere riferimento costante anche per gli altri.
Julius che si libra in quel cielo di brughiera è per Etty nutrimento quotidiano.

La sua attenzione ora è concentrata su quegli orribili eventi, di cui non perde una virgola, osserva, registra tutto. «Sono nell’inferno», scrive.
Ma la sua estasi interiore non si spegne, non viene mai a meno, è la sorgente d’amore invincibile da cui trae forza e, con suo stesso stupore, un’irrefrenabile gioia. «Lei ha sempre un’aria così raggiante», le dicono. «Fino all’ultimo una personalità luminosa», ricordano i sopravvissuti del campo.
Prima di salire con la sua famiglia sul treno che la porterà ad Auschwitz, saluta tutti allegramente e dal suo vagone lancia una cartolina postale per gli amici. È il 7 settembre 1943.

Etty si immaginava un futuro da scrittrice, voleva descrivere tutto ciò che aveva sperimentato e compreso. Non sapeva che stava già vivendo e scrivendo un capolavoro a cui avrebbero attinto i posteri, con il privilegio di assistere al disvelarsi di un’anima che si trasfigura nella luce proprio mentre si trova negli abissi dell’orrore, insiti nella natura umana, e di trarne insegnamento.

Fonti:
• Etty Hillesum, “Diario. 1941-1942”, Adelphi, 2012.
• Etty Hillesum, “Lettere, 1941-1943”, Adelphi, 2013.
• “Il convoglio” (2009) regia di André Bossuroy.
• “Bringing Etty Hillesum to Life” (2020), documentario.

Evento. La rana bollita. A che punto di cottura è?


Goebbels. 11 tattiche di manipolazione oscura è al contempo un manuale di auto-difesa psicologica e un’analisi critica e fattuale delle strategie di addomesticamento, controllo sociale, manipolazione e massificazione oggi in vigore.
Grazie all’individuazione di undici principi chiavi attinti dalle oltre trentamila pagine dei diari di Joseph Goebbels – il “diavolo zoppo“, il ministro della Propaganda della Germania nazificataGianluca Magi tratteggia un inquietante parallelo con il nostro tempo, mostrando come quel sistema di condizionamento, addomesticamento e strumentalizzazione, lungi dall’appartenere a un passato ormai tramontato, sia ancora oggi implacabilmente utilizzato dagli odierni “padroni dell’umanità” e dai loro mezzi di manipolazione di massa.
Scopo di questo libro, dunque, non vuol essere solo un’analisi storica, ma il tentativo di osservare criticamente la nostra realtà alla luce del lavoro propagandistico di Goebbels, al fine di fornire al lettore strategie efficaci per salvarsi dalla Trinità del Potere: il Male, la Stupidità e la Menzogna.
Prefazione di Jean-Paul Fitoussi.

Questo libro, come denuncia l’autore da mesi, ha prima subito censura preventiva – sarebbe dovuto uscire a maggio del 2020 – e poi scientemente silenziato dai media nazionali mainstream.

Ne parlerà direttamente Gianluca Magi in diretta online:
venerdì 2 aprile alle ore 18.00
https://www.facebook.com/LibreriaUbikTrieste

«Questo è un libro raro e prezioso di un Autore che è un punto di riferimento per noi psicologi già da molti anni.Si tratta di un’opera senza tempo: sarà attuale fra 50 anni come lo era 100 anni fa. Comprendere quali sono le tattiche di manipolazione, utilizzate nello specifico nella propaganda nazista, ci permette di leggere l’attualità con un pensiero critico. È un libro (ma potrei dire tranquillamente: “IL LIBRO”) che dischiude le barriere mentali del lettore. Siamo costantemente sotto il giogo della manipolazione e di comunicatori occulti che ci portano a scegliere fra opzioni illusorie. La conoscenza ci renderà liberi. IMPERDIBILE!»
– Dr. Marco Pangos

Gianluca Magi è uno storico delle idee e delle religioni, filosofo, orientalista e conoscitore di dottrine esoteriche.
È stato docente all’Università di Urbino di materie legate alle filosofie, psicologie e religioni tra Oriente e Occidente.
È uno degli autori italiani che ha maggiormente contribuito alla elaborazione teorico-pratica e alla diffusione della psicologia transpersonale.
Ha fondato a Pesaro “Incognita”, laboratorio transdisciplinare che dirige con Franco Battiato.
È direttore scientifico, con Grazia Marchianò, responsabile del Fondo Scritti Elémire Zolla, di “AC Mind Seminars”.
Autore di diversi bestseller, tra cui “36 stratagemmi” (BUR), “Gioco dell’Eroe” (Punto d’Incontro). Alcuni suoi libri sono tradotti in 33 Paesi.
È uno degli autori delle voci della “Enciclopedia filosofica” della Fondazione Centro Studi Filosofici di Gallarate (Bompiani, 12 voll.; Corriere della Sera, 2010).
Il suo libro Goebbels. 11 tattiche di manipolazione oscura, Prefazione di Jean-Paul Fitoussi, Piano B, 2021 è il risultato di uno studio protrattosi per dieci anni.

Venerdì 2 aprile alle ore 18.00 diretta online:
https://www.facebook.com/LibreriaUbikTrieste

La danza di madre natura


Luigi Scapini è uno dei maggiori pittori visionari a livello internazionale.
Le sue opere danno un corpo e un’anima alle atmosfere sospese, magiche, simboliche che solo l’animo artistico sa cogliere nella realtà quotidiana. Vestirla di immaginazione, meraviglia e incanto. Che ad occhi socchiusi, in quella soglia speciale, che alcuni chiamano “lo stato intermedio“, si apre allo sguardo interiore.
Gli abbiamo chiesto di inviarci suggestioni dalla sua vita e dal suo lavoro.
Pubblichiamo la sua Lettera giunta alla redazione di Incognita Quotidiana.−

Sono del 1946, nel 1966 studiavo a Firenze architettura il cui biennio era allora in comune con ingegneria. Allora si frequentava e si studiava molto, come ero abituato a fare al liceo classico.
Poi ci fu l’alluvione, seguita dal ’67, dal ’68 e l’università entrò in stallo, bastava andare e si prendeva 30 e io mi ritrovai per la prima volta della mia vita a non avere niente da fare.
Questa situazione durò un paio d’anni, poi mi misi a lavorare, cioè a dipingere dalla mattina alla sera.
Durante quei due anni di non fare passavo il tempo a leggere e a rivoltarmi come un calzino.
Nel 2020 con il lockdown mi ritrovai, più di una cinquantina di anni dopo, in una situazione simile e mi misi a leggere e a rivoltarmi come un calzino.
Certo, altri libri dapprima, ma poi gli stessi di allora e così mi accorsi di alcune cose, soprattutto per merito della Recherche au temps perdu di Proust che già allora avevo letto in Francese, mia seconda lingua (Proust tradotto non si può capirlo veramente)*.

51 anni è vissuto Proust, tra le mie due letture ne sono passati 53, eppure mi sembra di averle lette un attimo prima le più di 3000 pagine della Recherche, di saperle a memoria come le poesie imparate alle elementari e che tutto il tempo si riduca a un punto ch’è però infiniti punti, ognuno dei quali corrisponde alla superficie e al volume della sfera immensa di cui è il centro.
Un punto è la nostra vita, un attimo, eppure è infiniti universi, sempre diversi, che vanno a scontrarsi con altri innumerevoli universi, quelli dei nostri compagni di viaggio.

Proust è estremamente ironico su questi scontri, sia sulla disperazione che sulla felicità che suscitano.Poi è assai fortunato perché è vissuto in un mondo non ancora del tutto sconciato dai risultati della stupida avidità dell’umanità nei confronti di madre natura, di cui Proust non finisce di cantar le meraviglie.

Io leggo e guardo scorrere l’Adige verde dalla mia finestra, al di qua delle macchine e delle ciminiere e un po’ mi consolo.

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* Il testo di Marcel Proust tratto da À l’ombre des jeunes filles en fleurs nel commento al Titolo è stato inviato da Luigi Scapini in lingua francese.La scelta di volgerlo in italiano è della redazione di Incognita Quotidiana, che ne ha curato la traduzione.
Questo il brano originale:
«Comment le monde eût-il pu durer plus que moi, puisque je n’étais pas perdu en lui, puisque c’était lui qui était enclos en moi, en moi qu’il était bien loin de remplir, en moi, où, en sentant la place d’y entasser tant d’autres trésors, je jetais dédaigneusement dans un coin ciel, mer et falaises.»

La velocità del fiore


«La lentezza, è questo il segreto della felicità».

Con queste poche e semplici parole pronunciate da Monsieur Ibrahim, interpretato da un ispirato Omar Sharif nel film “Monsieur Ibrahim e i fiori del corano”, il regista Francoise Dupeyron lascia delicatamente risuonare sullo spettatore una riflessione sulla tematica del tempo di non immediata assimilazione, se non nel suo più superficiale contenuto linguistico.

Seguendo invece l’intero riverbero delle onde generate dalla visione di questo lungometraggio, si comincia a scorgere la complessità e la profondità del tema. È qui che inizia a farsi strada la possibilità, ad oggi completamente inattuale, di vivere un’esistenza che ci permetta di collegarci a quello slancio mistico relazionale con la divinità, accolta nell’attenzione della presenza, che ci faccia scorgere paradossalmente uniti e divisi dal tutto, come in una illuminante storia sufi sulla dualità della realtà (raccontata da Gianluca Magi nel libro Il tesoro nascosto a pag. 138).
Lo sforzo verso questa consapevolezza, nella sua finalità realizzativa, inizia a rendere l’uomo libero dalla meccanicità delle sue azioni e “ricordandosi di sé”, per dirla con Gurdjieff, egli può intraprendere l’osservazione delle azioni automatiche che guidano ogni istante e che gli infliggono l’illusione di avere il controllo della propria vita.

È proprio sfruttando questa immedesimazione inconsapevole con l’”io meccanico” che la contemporaneità tecnologico-algoritmica si insinua nella vita quotidiana, promuovendo e inculcando il mito della velocità del progresso che si alimenta copiosamente del superfluo desiderio legato alla maniacalità del consumo, dove persone più simili ad androidi sono proiettate e programmate ad ingolfarsi di oggetti, esperienze, materiale, viaggi, ricordi, vissuti e soprattutto informazioni che a getto continuo bombardano la mente che annaspa cercando momenti di riflessione in mezzo ad una vera e propria tempesta cognitiva.

Nel V principio tattico di manipolazione oscura di Goebbels, denominato “Continuo rinnovamento”, questo fenomeno viene equiparato ad un “maelström informativo” che prelude alla passività nell’obbedienza. Con sguardo lucido, oltre il velo che ci viene tenuto con forza sugli occhi, si scorgono scenari inquietanti di un presente che comincia a prendere pericolosamente le sembianze di un futuro che credevamo potesse essere tenuto in cattività soltanto sublimandolo nella migliore letteratura e filmografia di fantascienza.

La velocità esalta la meccanicità così da rendere impossibile l’assimilazione consapevole dei vissuti, frastornando il pubblico/popolo per renderlo cieco. Ma se, come ci insegna Monsieur Ibrahim, il segreto della felicità risiede nella presenza e nella lentezza, perché stiamo accelerando?

E se la crescita di un fiore in primavera, se compresa, potesse salvarci l’esistenza?

Fonti:
• “Monsieur Ibrahim e i fiori del corano” (2003) regia Francoise Dupeyron, 2003.
• Gianluca Magi, “Il tesoro nascosto”, Sperling & Kupfer, 2017: https://cutt.ly/kxLWLbN
• Gianluca Magi, “Goebbels e le 11 tattiche di manipolazione oscura”, Piano B, 2021: https://cutt.ly/RxGCEvG
• P.D. Ouspensky, “Frammenti di un insegnamento sconosciuto”, Astrolabio, 1976.
• “The social dilemma” (2020) regia di Jeff Orlowsky.

Oliver Sacks. Quando noi morti ci destiamo


…Designamo quest’ultimi come fenomeni originari, poiché nella manifestazione non vi è nulla che li oltrepassi, mentre essi permettono, dopo essere saliti sino ad essi, di scendere fino al caso più comune dell’esperienza quotidiana.»
Johann Wolfgang Goethe

Come stai? Come va?
Domande metafisiche, sommamente semplici e altrettanto complesse. Le risposte si comprendono istintivamente e illustrano all’osservatore lo stato di chi risponde.
Non è plausibile rispondere a domande metafisiche con un elenco di dati o di misure grossolane e irrilevanti che non potrebbero accennare una risposta alla domanda essenziale.
Sarebbe come ridurre il mondo a indicazioni e punti.
Certo i due modi di pensare andrebbero uniti, ma come sottolinea Leibniz: la metafisica viene al primo posto.
Il funzionamento del mondo ha senso e diventa comprensibile solo alla luce di considerazioni metafisiche, pur non trasgredendo per questo a considerazioni meccaniche.
La meccanica del mondo serve al disegno di esso.

Ci viene in soccorso Oliver Sacks (1933-2012). Medico, chimico, docente di neurologia alla N.Y. University School of medicine, scrittore e accademico britannico.
Interessanti, a questo proposito, sono i suoi studi sui pazienti colpiti da Encefalite letargica comparsa improvvisamente durante l’inverno 1916/17 a Vienna, una nuova pandemia che velocemente dilagava per poi scomparire così come era arrivata, nel 1927.
L’Encefalite letargica, detta anche malattia del sonno, si presentava a livello aggressivo con manifestazioni psicotiche e nevrotiche di ogni genere, scoppi d’ira, compulsione affettiva ed eccessi distruttivi.
Le crisi avevano caratteristiche marcatamente individuali con eterogeneità del decorso.
Un terzo delle persone colpite moriva in stato di coma profondo o in stato di insonnia tanto ribelle da escludere la possibilità di sedazione.
Terminava sul finire degli anni 20 la fase acuta e nei sopravvissuti la sindrome cominciava a raffreddarsi, a congelarsi.
Stati di immobilità, arresto e apatia sommergevano molti degli scampati alla morte avvolgendoli una sorta di limbo.

Nel 1969 arrivava la sperimentazione con la L-Dopa e con lei il risveglio.
Dopo 50 anni passati come fossero una sola notte, sospesi in una dimensione atemporale, i pazienti si ritrovavano in un mondo che non riconoscevano più.
Ciononostante le reazioni al risveglio erano entusiastiche, pulsioni di vita quasi incontenibili, così intense quanto lo sono i sogni di guarigione e di rinascita, i sogni di una meravigliosa restituzione a noi stessi e al mondo.
Ma cosa accadeva dopo l’iniziale eccitazione quando, guardandosi allo specchio, al posto del giovane volto trovavano quello di un vecchio? Quando si accorgevano che quelli che amavano non erano più lì oppure erano tanto cambiati da non essere più riconoscibili?
Il mondo in cui un tempo avevano vissuto pian piano svaniva: in parte cancellato dalla memoria e in parte assumendo i tratti di un sogno.
Erano gli effetti collaterali della L-Dopa.
Sotto l’esorbitanza del farmaco c’era il difetto: l’insoddisfazione che conduceva alla smodatezza, al troppo, alla voracità e all’avidità che non poteva trovare soddisfazione.
In un modo o nell’altro, vi era un vuoto che non poteva essere colmato e rimanere colmo. Un’intima divisione dell’essere.
Il sistema non era più controllabile, aveva assunto una dinamica tutta sua, perché si può sfidare l’avanzata di certi mutamenti con la forza della volontà, ma le armi per tali guai non si forgiano a Lipari. Oppure la si può negare.

Alcuni pazienti reagivano alla L-Dopa con dispetto e con l’insufficienza o l’eccesso di dopamina, entrambi di importanza cruciale.
Forse il dispetto del paziente era la causa finale, il tasso di dopamina la causa efficiente e l’utilità era la loro coincidenza.
In un linguaggio metafisico, infatti, i termini si uniscono nella loro natura bifronte, dove struttura e intenzione, progetto e disegno sono parti integranti di un complesso in evoluzione.
Dopodiché alcuni malati raggiungevano uno stato di gelida assenza, un feroce risentimento impotente. Erano stati defraudati dei migliori anni della loro vita. Erano stati consumati dal senso del tempo perduto, sprecato.
I terrori della sofferenza, della malattia e della morte, della perdita di se stessi e del mondo sono i più elementari e intensi che noi tutti conosciamo, eppure molti di loro preferivano tornare al sonno.

Freud ci rammenta ripetutamente che è necessario fare una chiara distinzione tra malattia e bisogno della malattia.
Il primo sintomo della malattia è la sensazione che qualcosa non va, l’intravedere un mondo sbagliato. Qualsiasi cosa si provi indica l’evoluzione di un carattere già presente.
Comune a tutti i mondi della malattia è il senso di pressione, di coercizione, di forza imposta; la perdita dell’equilibrio interiore di vera spaziosità, di libertà e di agio. Come ammise Pasteur sul letto di morte: «Il patogeno è nulla, il terreno è tutto».

Nell’attuale accelerazione del mondo, mutato tanto velocemente da sembrare distopico, cominceremo a scambiare nostra moglie per un cappello?
Ci ritroveremo disincarnati dallo shock di non poter trovare una relazione con esso o, come il marinaio perduto, a botte di resilienza, vivremo in un eterno presente scollegato?
Resilienza: nel suo etimo latino “resalio”, ovvero l’iterativo di “salio”, significa saltare.
Un verbo associato ad un’immagine precisa che fa seguire questa domanda: su quale barca salteremo alla ricerca della salvezza?

Ma soprattutto, tu, come stai?

Fonti:
• Oliver Sacks, Risvegli, Adelphi, 1987.
• Oliver Sacks, “Disincarnata” e “Il marinaio perduto” in: L’uomo che scambiò sua moglie per un cappello, Adelphi, 1985.
• Johann Wolfgang Goethe, La teoria dei colori, Il Saggiatore, 1985.
• Jean-Jacques Rousseau, Le fantasticherie del passeggiatore solitario, 1776/1778.
Henrik Ibsen, Quando noi morti ci destiamo, 1899.
• Maurits Cornelis Escher, “Metamorfosi III”, xilografia (1967-1968).

«Meet Me in Montauk»


Nel corso della vita, capita che si ri-scoprano sconosciuti con i quali si era condiviso lo stesso luogo per svariato tempo senza mai essersi scambiati una parola. Semplicemente ci si era percepiti. La conoscenza avviene anche attraverso altri piani: sottili e non spiegabili a parole; emozionali e sentimentali. E soprattutto “in presenza” cioè quando due corpi si incontrano nel mondo.

Così accade a Joel e Clementine, i protagonisti del film di Michel Gondry “Eternal Sunshine of The Spotless Mind” (titolo oscenamente reso per la versione italiana: “Se mi lasci ti cancello”).
Una storia d’amore che si sviluppa al contrario: in cui i due protagonisti, sconosciuti ma fin troppo conoscenti, si ri-trovano sulla spiaggia di Montauk dopo essersi fatti cancellare la memoria della loro storia.
«Ci vediamo a Montauk» è la frase che Clem pronuncia a Joel nel momento in cui la fase della cancellazione della memoria è compiuta. Nel momento in cui sta per risvegliarsi e ritornare alla monotona normalità. E da qui tutto riparte. Si ripetono le scene iniziali del film con un nuovo e più ampio significato.

Cancellare un ricordo: se questo oggi fosse possibile in quanti sarebbero disposti a farlo?
Peccato che senza un passato non ci sia un futuro e il presente sarebbe una riproposizione infinita delle stesse cose. E, soprattutto, non ci sarebbe memoria.

Joel e Clementine sono due esseri umani che si innamorano. Due sconosciuti che decidono di costruire qualcosa: emozioni, speranze e litigi. Ma soprattutto si percepiscono e si vivono l’un con l’altro. Nonostante tutto. Dico “nonostante tutto” perché in quanti sarebbero disposti a farne a meno? In quanti farebbero a meno del dolore o dell’esperienza dolorosa?
Privare l’essere umano di tutto questo significa disumanizzarlo. La memoria e il sentimento sono il nostro nucleo fondamentale che, pian piano, ci stanno togliendo.
Piacere e dolore si alternano, altrimenti non ci sarebbe vita. Ma mettendo a tacere il dolore, mettiamo a tacere anche il meraviglioso momento dell’arrivo del piacere.
Privati di ciò, la vita è non è degna di essere chiamata con tale nome.
Essere in balia degli eventi senza avere un posto sicuro è la base per la creazione di schiavi eterodiretti. E la mente svuotata diventa cisterna da riempire di odio e falsità, in cui anche l’eco delle proprie percezioni viene zittito.

Eternal Sunshine Of The Spotless Mind” è un verso del poema epistolare “Eloisa to Abelard” di Alexander Pope.
«Com’è felice il destino dell’incolpevole vestale! Dimentica del mondo, dal mondo dimenticata. Infinita letizia della mente candida! Accettata ogni preghiera e rinunciato a ogni desiderio».

Una mente vuota e priva di brame, una mente libera dai veli di Māyā.
Una mente ricettiva capace di abbracciare il tutto perché consapevole del proprio centro.
Una mente e un corpo in dialogo costante che permettono di sentirsi nel mondo e, soprattutto, di sentirlo. E quindi di viverlo, lasciando che ogni emozione attraversi il corpo.

Quanta paura si può avere nel fare questo?
E, purtroppo, è il gioco infimo in cui ci hanno ingabbiato: una guerra sadica del “tutti contro tutti” camuffata da perbenismo e ipocrisia.

Joel e Clementine vivono il loro amore da persone semplici. In cui nulla è dato per scontato, in cui ogni piccolo gesto diventa la base fondante della vita.
A questo punto, qualcuno potrebbe obiettare che sono soltanto due falliti. Ma questa obiezione è di chi non vede la bellezza delle piccole cose.

Oggi, nonostante tutti s’imbottiscano la bocca di parole di “amore” e “speranza”, ciò che sembra valere più di ogni altra cosa sono lo “scopo” e il “potere”. La sopraffazione dell’altro però fatta con il camuffamento dell’amore. Ridicolizzando il sentimento stesso e soprattutto se stessi.

Da poco più di una settimana è cominciata la primavera.
I fiori la sentono ugualmente e, per amore, ricominciano a fiorire.
La mia speranza è che si ricominci a seguire la via dei fiori.

Fonti:
• “Eternal Sunshine of The Spotless Mind” (2004) regia di Michel Goundry.
• Gianluca Magi, Gioco dell’Eroe. La porta dell’Immaginazione, Presentazione di Franco Battiato, con file audio scaricabile, Il Punto d’Incontro, 2019: https://cutt.ly/gxGVuLE
• Gianluca Magi, Goebbels. 11 Tattiche di manipolazione oscura, Prefazione di Jean-Paul Fitoussi, Piano B, 2021: https://cutt.ly/RxGCEvG

Signor Sì, Signore! Signor No, Signore!


L’8 settembre 2020 il quotidiano britannico “The Guardian” pubblica un editoriale – uno scritto di 6 mesi prima – dal titolo: “Un robot ha scritto l’intero articolo. Sei ancora spaventato, umano?”
Il titolo è di un editor in carne ed ossa e sembra intimare alla risposta: Signor SÌ, Signore! Signor NO, Signore!
L’articolo è scritto da GPT-3, un software di intelligenza artificiale per la produzione automatica di testi, creato dalla società californiana OpenAI, no-profit finanziata da Microsoft, dalla Reid Hoffman’s Charitable Foundation, e dalla Khosla Ventures.
La redazione del giornale ha fornito al software un paio di paragrafi d’innesco e alcune istruzioni: circa 500 parole, usare un linguaggio semplice e conciso, concentrarsi sul perché gli esseri umani non hanno motivi di temere l’AI.
“L’editing non è stato diverso da quello di un qualunque editoriale scritto da un essere umano” dice la editor degli op-ed per il Guardian, Amana Fontanella-Khan.

L’Algoritmo scrittore non è una serie di fantascienza su Netflix in sei puntate.
I chatterBot – software progettati per simulare conversazioni con gli esseri umani- sono molto utilizzati. Rispondono all’email degli utenti dicendo loro cosa si può o non si può fare. A quel punto all’utente non resta che prendere atto che l’Algoritmo c’è e si manifesta attraverso la sentenza emessa dalla Ragione Suprema e Imparziale del: “Dai dati in nostro possesso”. L’utente – un essere umano – con rassegnazione, si adegua a scontare la sua punizione; potrebbe anche decidere di istituzionalizzarsi adeguando i suoi stessi dati – con scelte di vita – alle richieste implicite dell’Algoritmo ed aderire così ai modelli delle policy da esso regolate. 
Prendendo visione dei progetti collegati all’utilizzo di testo e immagine della no-profit OpenAI è possibile intravedere gli step successivi del progetto di standardizzazione dell’editoria, del cinema, dell’intrattenimento, dei social, del marketing…
Le sue applicazioni in ambito culturale, per esempio, sono già collaborative alla censura; la nostra libertà di azione e il nostro pensiero riflessivo stanno già subendo modifiche. Volendo osare è già possibile percorrere il fenomeno in atto, di finestra in finestra di Overton, fino al riconoscimento istituzionale dei diritti del fratello scrittore che potrebbe così proseguire le sue carriere, inclusa la nomina di ministro della propaganda del governo. 
Un processo strutturato ad hoc per limitarci e in cui anche le nostre visioni collettive, desideri e incubi, compartecipano al pensiero totalitario obbligato dal concetto a trovare un medium, una ruffiana che lo digiti sulla tastiera.
L’autorità e l’immunità penale conferita alle opinioni espresse in formato numerico deterministico dal camaleonte concettuale che è la cultura – l’alveo in cui prende piede – si basa sull’accettazione e sul riconoscimento della dote degli algoritmi: accesso ad una quantità enorme d’informazioni e rielaborazione indiscussa del problema posto.

Poiché ogni sviluppo umano è un sistema complesso che proviene dallo sviluppo congiunto di individuo, società e specie, è sano volgere lo sguardo alla ricerca Estetica, quella dell’Homo Sapiens-Demens, della ragione e della sragione.
Ed è con questo spirito che mi approccio all’oratore posseduto dal suo discorso più di quanto non lo possieda.
Mettendo a fuoco in cosa consiste l’esperienza estetica che crea il rispecchiamento della parola in forma; non come un fine in sé, ma come un mezzo utile di riconoscimento dell’identità di Etica ed Estetica.
Quale forma mentis e vivendi è quella di una civiltà che riceve ordini esecutivi in forma binaria, andando a compromettere irreversibilmente questa esperienza?
Dove si arresta il movimento a spirale che fa di ogni cognizione un piacere e della gioia del conoscere il fuoco dell’(im)possibile-da-concepire?

Se la Cancel Culture applicherà il II principio tattico di manipolazione, “Unanimità”, cioè riuscirà a condurre la gente a credere che le opinioni espresse in formato numerico deterministico, siano approvate, diffuse e professate universalmente, allora vedremo a reti unificate un unico film psicotico che si ripete tutte le sere.

Fonti:
• The Guardian (8 settembre 2020): https://bit.ly/3vXAob7
• OpenAI (progetti in corso): https://openai.com/projects/
• Edgar Morin, Sull’Estetica, Raffaello Cortina, 2019.
• Grazia Marchianò, La parola e la forma, Dedalo,1977.
• “Hugo Cabret “ (2011) regia di Martin Scorsese.
• Gianluca Magi, I 64 Enigmi, Sperling & Kupfer, 2015.
• Gianluca Magi, Goebbels. 11 tattiche di manipolazione oscura, Piano B, 2021: https://cutt.ly/RxGCEvG

Manipolazione, censura, autocensura e propaganda


Conversazione con Gianluca Magi attorno al libro di Gianluca Magi, Goebbels. 11 tattiche di manipolazione oscura, Prefazione di Jean-Paul FItoussi, Piano B, 2021: https://cutt.ly/RxGCEvG
Libro prima censurato e poi silenziato dai media mainstream.
Buona visione!
www.incognita.online


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