Archive for the 'Saggezza' Category

La vita Adesso in una tazza di tè: esperimento pratico di lucida/ludica Presenza per bandire speranze e nostalgie.


 

Non finisco mai di stupirmi della saggezza dell’antica filosofia occidentale e del suo invito costante alla flessibilità, all’adattamento e alla lucida/ludica presenza.

Seneca, nelle sue Epistole a Lucilio (78,14) scrive:
«Due cose occorre distruggere, il timore dei guai futuri ed il ricordo di quelli passati: questi non mi riguardano più, quelli non mi riguardano ancora».

Che insegnamento ne traiamo?

Che preoccupazione del futuro (speranza) e attaccamento al passato (nostalgia) sono i due freni che bloccano il raggiungimento del pieno sviluppo di sé o vittoria sulle paure.

L’attaccamento al futuro è un miraggio, una fata morgana che ci illude che cambiando/acquistando una cosa oppure l’altra – l’automobile, la pettinatura, le tette, la TV, un balocco o l’altro – le cose andranno meglio.

L’attaccamento al passato è una «passione triste», dice Spinoza, che trascina indietro come una potente calamita di nostalgia se è un passato felice, di rimorsi e rimpianti se è un passato doloroso.

Sia i miraggi del futuro sia le seduzione del passato sono trappole che fanno smarrire il presente, che impediscono di viverlo pienamente, focolai perniciosi di angosce e paure (le prime derivanti quasi sempre dal passato; le seconde quasi sempre dal futuro) che fanno smarrire la via e la fragranza della vita.

 

Per renderti conto che il passato è passato e il futuro non esiste ancora, prova a gustarti una tazza di buon tè verde: calati totalmente nel presente, sentendo la piacevole sensazione di calore della tazza nelle mani, sulle labbra, assaporando la fragranza e la delicatezza del tè che si spande sulla lingua, nel palato, lungo la gola, lungo l’intero tuo essere, irradiandolo. Se, in quell’istante benedetto, si facessero largo nella mente preoccupazioni per il futuro o ruminanti rimuginii per il passato, preparati una nuova tazza di tè e piacevolmente riprova sinché assaporerai/sarai l’unico momento Reale: il presente.

Evviva!
ilMagio

N.B.: Chiaramente, per plausibili ragioni, l’esperimento pratico non è consigliabile laddove si volesse sostituire alla tazza di tè un bicchiere di buon vino!

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L’Eroe-Guerriero della Vita


Un Eroe-Guerriero della Vita prende ogni cosa nella vita come una sfida per perfezionarsi, rispondendo pienamente a ciò che accade, senza rimpianti o rimorsi.
Ciò che in genere più preme all’uomo ordinario è ottenere sicurezza e affermazione agli occhi degli altri; ciò che invece più preme a un Eroe-Guerriero è essere impeccabile ai propri occhi.
Ciò significa essere extra-ordinario.
Impeccabilità significa vivere con presenza mentale e totalità di attenzione.
Questa è una delle cose più nobili che si possa fare: significa trasmutare i cinque veleni emotivi – rabbia, orgoglio, avidità, invidia e accidia – in sapienza e amorevole compassione (verso se stessi e verso gli altri).
Significa: Cavalcare la propria tigre: Vincere senza combattere.
È un compito fuori dal comune, che richiede grande impeccabilità.
Ma non credere sia impossibile.

Ti racconto questa storia (che traggo da: Gianluca Magi, I 36 stratagemmi, Edizioni Il Punto d’Incontro, pp. 27-30).
Quando mi fu narrata, mi colpì profondamente.
Ti lascio in sua compagnia e ti auguro un sereno weekend.
Evviva!
ilMagio

Nella Tokyo degli anni Cinquanta una sera salì sulla metropolitana un energumeno ubriaco fradicio che, barcollando, tra bestemmie, urla e spintoni, cominciò a terrorizzare i passeggeri, i quali, dandosi al fuggi fuggi generale verso l’estremità opposta della vettura, si accucciarono paralizzati sui propri sedili. Alla scena assisteva uno dei primi americani recatisi in Giappone a studiare l’arte marziale dell’Aikido. L’americano, che era al vertice della sua condizione fisica grazie al training quotidiano di otto ore, si alzò di scatto in piedi, sentendosi chiamare in causa, prima che qualcuno si facesse male seriamente. Ma al contempo nella mente gli riecheggiavano le raccomandazioni del suo maestro: “L’Aikido è l’arte della riconciliazione. Chi ha in mente di combattere ha già spezzato la propria armonia con l’universo. Chi cerca di dominare gli altri è già sconfitto. Studia sempre come risolvere il conflitto, non come provocarlo!”.

“Ah! Uno sporco straniero!”, mugghiò l’ubriaco interrompendo il flusso di pensieri dell’americano. “Gli ci vuole una bella lezione alla maniera giapponese!”, continuò dirigendosi verso di lui con le mani serrate a pugno.
“Hey!”, si sentì all’improvviso dal fondo della parte opposta del vagone. E il tono era particolarmente allegro, come di chi avesse per caso incontrato un caro amico che non vedeva da lungo tempo.

L’energumeno, sorpreso, si girò e vide seduto nella penombra un minuscolo vecchietto giapponese sull’ottantina, avvolto nel suo kimono.
“Vieni qui”, lo chiamò l’anziano con un cenno leggero e affabile della mano.
“Che diavolo vuoi da me?”, grugnì aggressivamente l’ubriaco incamminandosi verso di lui.
Nel frattempo l’americano, che non scorgeva il volto dell’ometto, la cui voce gli suonava stranamente familiare, si teneva pronto ad atterrare l’ubriaco al minimo cenno di violenza.
“Che cosa stai bevendo?”, chiese amichevolmente il vecchio.
“Sake! Ma a te che importa?”, bofonchiò rabbiosamente l’altro in risposta.
“Ma è meraviglioso!”, replicò bonario l’anziano. “Sai, anch’io adoro il sake. Tutte le sere con mia moglie – siamo sposati da quasi sessant’anni – ci scaldiamo una boccetta di sake, poi in giardino seduti su una vecchia panca di legno ce lo gustiamo davanti al nostro ciliegio che cresce in cortile”. E continuò descrivendo le bellezze naturali del giardino e del piacere di farsi un sake sul finire della giornata. Mentre ascoltava l’anziano, il viso dell’ubriaco cominciò a distendersi e così le sue mani che, da strette a pugno, si aprirono.
“Sì, anche a me piacciono le ciliegie”, disse con voce strascicata.
“Già! E sono certo che hai una moglie fantastica”, replicò il vecchio con tono gioioso.
“No”, rispose l’uomo, “mia moglie è morta”. E tra i singhiozzi si lanciò nel disperato racconto di come avesse perso la moglie, la casa, il lavoro e di come ora si vergognasse di se stesso.

Proprio in quel momento la metropolitana giunse alla fermata dell’americano. Scendendo dal vagone udì l’anziano invitare l’uomo a raccontargli tutta la storia, mentre quello, come un bimbo smarrito, crollava sul sedile, adagiando la testa nel grembo del vecchio.
Mentre il treno ripartiva, la luce della stazione illuminò il volto dell’anziano.
Il sorriso benevolo che gli lanciò dal finestrino quasi gli arrestò il cuore: era il suo vecchio maestro di Aikido.

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Tecniche di apprendimento



Da un po’ di tempo gli insegnamenti del maestro [1] erano seguiti da molti  allievi. Ma, tra loro, ce n’era uno particolare: un vecchio brontolone, sempre di cattivo umore, che non smetteva mai di criticare ciò che veniva insegnato.

«Questo maestro non è che un ciarlatano!», sbottava insofferente, «I suoi metodi non hanno la minima base scientifica! Più che un maestro mi pare uno stregone!».

Gli allievi male sopportavano  quella presenza fastidiosa. Mentre il maestro sembrava non preoccuparsene.

Un giorno, il vecchio brontolone non si fece più vedere alle lezioni. Tutti gli allievi si sentirono immediatamente sollevati da quella assenza.

«Finalmente, il vecchio rompiscatole se ne andato!», ripetevano tra loro contenti. «D’ora in poi le lezioni saranno sicuramente più tranquille e produttive senza quel brontolone!».

Ma, con grande stupore, vennero a sapere che il maestro si recò a casa del vecchio pregandolo di tornare a frequentare le lezioni. Ma furono ancora più stupiti quando seppero che il vecchio accettò di assistere alle lezioni solo dietro lauto compenso da parte del maestro.

Il malcontento si diffuse tra gli allievi che non riuscivano a capacitarsi del fatto che il loro maestro ricompensasse qualcuno che, oltre a non aver appreso nulla, lo criticava sempre aspramente.

«In realtà», fu la risposta del maestro a tale malcontento, «io lo pago non per seguire le mie lezioni, ma affinché lui continui a dare le sue lezioni!».

«Come?», insistettero gli allievi sconcertati, «Ma se lui non fa altro che criticare le cose che dici!».

«Appunto!», commentò   il maestro, «Senza questo vecchio vicino a voi, fareste molta fatica a comprendere che cosa sono l’impazienza, l’intolleranza, la rabbia e la mancanza di compassione. Lui, invece, ci fa da esempio vivente! Mostra come tali sentimenti possano rendere la vita di una comunità un inferno! In questo modo l’apprendimento è più rapido. Voi mi pagate per imparare a vivere in armonia e io ho assunto lui per aiutarmi a insegnarvelo adottando il cammino   opposto!».



[1]
Si tratta del maestro di origine greco-armena, Georges Ivanovitch Gurdjeff (1877-1949), una delle personalità esoteriche più intriganti del secolo scorso. I suoi insegnamenti, che riprendono anche il pensiero sufi adattandolo alla mentalità occidentale, incoraggiano l’uomo a intraprendere un cammino evolutivo.

Saggezza


 

«Il saggio si burla di se stesso.

Il beffato si beffa del burlone».

– Gianluca Magi


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