Archive for the 'Pavel Florenskij' Category

Alessandro Serra. Dentro il vuoto (2a parte)


[Seconda parte. Segue dall’articolo precedente di “Incognita Quotidiana]

“Respirare incessantemente”.
La respirazione si può apprendere? Ma soprattutto è lecito apprenderla?
Il rischio è trasformare un atto puro e incondizionato, fonte vitale del canto e della danza, in un dispositivo meccanico che nel potenziare lo strumento ne indebolisce la forza vitale.

“Il coro”.
Parlare all’unisono e muoversi in sincrono significa essere un coro? La pratica dimostra che tanto più semplice è il gesto e il suono, tanto più visibile la voragine che ci separa dagli altri. Verrebbe da pensare che si moltiplichino i gesti e si saturi l’aria di parole solo per nascondere la difficoltà di attingere alla forza ritmica che canta dentro ognuno di noi. Una forza che si manifesta nel respiro collettivo. Un’unica interiore energia che non è in nessuno ed è in tutti. Il canto Gregoriano ci insegna l’inganno della polifonia alla ricerca di un’unica voce, un unico respiro collettivo.

FIGURA E PERSONAGGIO

La figura è l’impronta del personaggio, ciò che resta di un passaggio. L’ombra di un’aura dice Walter Benjamin. Emancipare il personaggio dal testo e sondarne le potenzialità dinamiche e vocali per costruirne poi l’involucro corporeo. Cercare poi l’attimo in cui il personaggio si manifesta, l’acme.
L’entelechia designa la realtà che ha raggiunto il pieno grado dello sviluppo: uovo-baco-larva-farfalla un’unica immagine con quattro linee temporali, condizione di assoluta perfezione in un essere che ha realizzato ogni sua potenzialità (Pavel Florenskij).

SPAZIO-SCENA-LUOGO

Lo spazio è drammaturgia: dislocare figure e oggetti in uno spazio vuoto è un atto drammaturgico. Mezzo metro più in là ed è un’altra storia, un altro senso. Mi sembra si possano individuare tre figure geometriche fondamentali nella composizione dello spazio e nell’attivazione delle energie che lo abitano:
Cerchio:
L’uomo ha nostalgia del cerchio dice Simone Weil, nostalgia del rito, nostalgia di Dioniso. Circolari sono le danze sacre, in cerchio si muovono i daimon scrive Plotino. Il teatro nasce in cerchio e la sua prima edificazione sarà semicircolare così come poi la O di legno di cui parla Shakespeare per descrivere il globe.

Rettangolo:
Figura geometrica disegnata dall’uomo per rappresentare se stesso: dal quadro dipinto al cinema agli smartphone. Tutta la rappresentazione artistica si inscrive in un rettangolo. Il palcoscenico stesso è un rettangolo sviluppato sui due piani, orizzontale (il palcoscenico) e verticale (l’arcoscenico). Il rettangolo diviene cornice, arcoscenico, quarta parete, il rettangolo respinge e limita la vista eppure è proprio grazie ai suoi rigidi confini che questa figura geometrica riesce ad attivare grandi slanci di creatività.

Triangolo:
È un espediente, un trucchetto da prestigiatore. Il triangolo lacera lo spazio, lo attiva: tre infinite linee, tre infiniti angoli. Come le squadre di un falegname, capaci di disegnare intarsi e mettere in sesto porte per accedere a nuove visioni.

TEATRO E LETTERATURA

Nel leggere un’opera teatrale è concesso il fraintendimento poiché le migliori opere sono scritte per uscire dai margini della narrazione. La prima lettura emotiva è la più preziosa, è quella che parla all’inconscio. Poi il rigore dell’autopsia: dissezionare un testo per conoscere non il testo stesso né la vicenda narrata ma il lettore. Da qui inizia la scrittura di scena.

“Lingua e traduzione”.
I testi vanno smembrati e ricomposti, non si crea mai, si ricrea. Le traduzioni dei testi teatrali affidate a letterati risultano spesso afone e troppo verbose. Dobbiamo ricercare la phonè originale. Per fare ciò si parte dal corpo. Le grandi opere contengono parole radianti che consentono il dischiudersi delle immagini.
Dobbiamo partire dai cliché proprio in virtù della loro somiglianza superficiale con gli archetipi. I cliché vanno nominati, esposti, agiti e poi eliminati. Il suono è drammaturgia:sostiene e imprime le immagini, riverbera le relazioni profonde dei personaggi, prepara all’esperienza preziosa del silenzio.

La drammaturgia non è la storia che si racconta, è l’immagine che si nasconde dietro al testo, la sua aura. Se non si incarna in scena l’immagine del testo, allora il teatro rischia di diventare letteratura recitata. Gli oggetti sono drammaturgia: oggetti vecchi, dimenticati, che negli anni si sono caricati di vita, hanno acquisito una patina, una ruggine speciale. Questi oggetti raccontano una storia al di là della storia. Accendono in scena reazioni inaspettate. A volte significano, attivano ricordi. Emanano luce.

La luce è drammaturgia: la luce può fungere da raccordo tra una scena e l’altra, può dire più della parola. La luce racconta, evoca presenze, suggerisce lo scorrere del tempo, determina lo spazio, dice il luogo, specifica le relazioni tra le figure che abitano la scena.—

ALESSANDRO SERRA:
Pluripremiato regista teatrale dell’opera MACBETTU, fondatore della Compagnia Teatropersona, i cui spettacoli sono stati presentati in tutto il mondo, si forma come attore a partire dallo studio delle azioni fisiche e dei canti vibratori nel solco della tradizione di Grotowski per poi arrivare alle leggi oggettive del movimento di scena trascritte da Mejerchol’d e Decroux. Integra la sua formazione teatrale con le arti marziali che pratica sin da giovanissimo. Nel frattempo si laurea in Arti e Scienze dello Spettacolo all’Università la Sapienza di Roma con una tesi sulla drammaturgia dell’immagine. Fondamentale, negli ultimi anni di formazione, l’incontro con Yves Lebreton e il suo metodo del Teatro Corporeo.La sua recente regia porta in scena il celebre capolavoro di Cechov “Il giardino dei ciliegi”, un omaggio allo sguardo bambino come origine di tutte le cose e luogo della rivolta permanente. N.B.: Ultimi 4 posti per il Seminario a numero chiuso.

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Segreteria di Incognita:
www.incognita.online
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Alessandro Serra. Dentro il vuoto. Teatro, gioco e sovrannaturale


L’oggetto della ricerca non deve essere il sovrannaturale bensì il mondo. Il sovrannaturale è la luce: se ne facciamo un oggetto lo abbassiamoSIMONE WEIL

Non c’è niente di misterioso che non diventa evidente e viceversa tutto ciò che è evidente nasconde in sé un mistero – PAVEL FLORENSKIJ

ATTORE

“Gesto-azione-atto”
Sono le tre vie percorribili. In ordine cronologico inverso:
Gesto:
l’attore può gesticolare, ovverosia muoversi senza agire e senza presenziare. I movimenti della quotidianità riprodotti goffamente sulla scena con la pretesa di essere naturali. Un essere umano che cerca di imitare un essere umano. Per intenderci è come se il nostro gatto d’un tratto si atteggiasse a movenze da gatto. Sarebbe uno spettacolo piuttosto deprimente. Il gesto si impone con la nascita del cinema, la grande occasione mancata di restituire al teatro la propria natura astratta. L’attore di cinema che sale su un palcoscenico non può far altro che mostrarsi, fare le facce, ammiccare, gesticolare. Ne consegue una società che recita surrogati cinematografici di emotività.

Azione:
si potrebbe accertare il conclamarsi dell’azione con la nascita del grande teatro elisabettiano, e con Shakespeare in particolare, i cui personaggi sono dotati di una biografia percepibile da una sola entrata in scena. Nel confrontarsi con simili testi l’attore ha imparato l’azione: l’azione di un corpo in tensione a seguito di una (si spera sempre meno cosciente e condizionata) intenzione. Il corpo agisce l’emozione connessa con il personaggio. Non la vive ma la agisce.

Atto:
l’atto appartiene al periodo geniale dell’umanità, l’infanzia perduta del teatro greco, prima che Dioniso fosse definitivamente esiliato dalla scena, momento sempre più raro di perfezione, azione non premeditata, assolutamente perfetta e insostituibile… ciò che non si può voler cambiare. L’attore crea l’involucro dell’emozione, un esoscheletro che danza e che deve restare vuoto.

Parola-canto-mantra”.
Si tratta dell’equivalente sonoro di quanto sopra esposto.
Parola:
nella prosa la parola si limita a trasmettere una informazione. La parola significa.

Canto:
la ma parola in teatro è anzitutto canto, suono musicale che incanta.

Mantra:
la parola come veicolo o strumento del pensiero o del pensare. Il mantra non significa, e non si limita a suonare. Il mantra agisce. Distrugge il linguaggio per accedere ad esperienze altre. Ma racchiude anche una intenzione, un pensiero e chi esegue il mantra deve essere consapevole delle parole (diremmo del sottotesto) il quale dovrà essere legato a uno specifico sentimento.

“Videor ut video”.
Sono visto affinché io veda. La scritta incombe dal rosone del teatro degli illuminati di Città di Castello. Ma a chi si rivolge la scritta all’attore o allo spettatore? in entrambi i casi il fenomeno determinante è la rifrazione. Un analogo ribaltamento al passivo lo si potrebbe applicare al cartesiano Cogito ergo sum. “Penso dunque sono” diviene Cogitor, ergo sum, “Sono pensato quindi sono”. In entrambi i casi la passività rimanda all’immagine allegorica dello specchio, prodigioso strumento rivelatore. Reggere lo specchio alla natura, dice Amleto, dovrebbe essere l’esercizio del teatro.

“La danza delle ossa”.
Il corpo che danza, danza dall’interno. È lo scheletro che agisce, i muscoli sono solo sostegni e gli arti periferiche risonanze. Come nelle arti marziali la forza è nel centro, nella connessione tra il bacino e la colonna vertebrale. L’eleganza è data dallo scheletro mai dall’involucro.

“Memoria involontaria delle membra | Il corpo vita”.
La vita si deposita sulla pelle facendola tremare di facili emozioni ma sprofonda nella carne e si iscrive nel corpo. È il corpo che ricorda. Nel corso della vita i ricordi si depositano come polvere sulla pelle per poi sprofondare e dissolversi nel corpo. Le rughe che solcano i vecchi visi sono come pentagrammi sui quali la vita ha composto la propria melodia, guardandoli se ne possono percepire gli echi lontani. Ma soprattutto la struttura ossea, muscolare e il disegno stesso del nostro corpo racchiude in sé le esperienze vissute e sempre presenti, e vigili. Memoria fisica è ciò che il corpo fa senza sapere di saperlo fare.—

[Fine prima parte.Segue domani, nel prossimo articolo di “Incognita Quotidiana]

ALESSANDRO SERRA:
Pluripremiato regista teatrale dell’opera MACBETTU, fondatore della Compagnia Teatropersona, i cui spettacoli sono stati presentati in tutto il mondo, si forma come attore a partire dallo studio delle azioni fisiche e dei canti vibratori nel solco della tradizione di Grotowski per poi arrivare alle leggi oggettive del movimento di scena trascritte da Mejerchol’d e Decroux. Integra la sua formazione teatrale con le arti marziali che pratica sin da giovanissimo. Nel frattempo si laurea in Arti e Scienze dello Spettacolo all’Università la Sapienza di Roma con una tesi sulla drammaturgia dell’immagine. Fondamentale, negli ultimi anni di formazione, l’incontro con Yves Lebreton e il suo metodo del Teatro Corporeo.La sua recente regia porta in scena il celebre capolavoro di Cechov “Il giardino dei ciliegi”, un omaggio allo sguardo bambino come origine di tutte le cose e luogo della rivolta permanente.

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Alessandro Serra 31 Maggio 2020 alla AC Mind School – Incognita (Pesaro)


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Pesaro 31 Maggio 2020
DENTRO IL VUOTO. Teatro, gioco e sovrannaturale
prof. Alessandro Serra

Il Corso si svolgerà a Pesaro, presso la sede di INCOGNITA, domenica 31 Maggio dalle h. 09.00 alle h. 14.00.
• • • Pochi posti ancora disponibili • • •
info e iscrizioni:
incognitamind2020@gmail.com340.3820327
http://www.incognita.online/iniziative_acmindschool_2020.html

PROGRAMMA DEL CORSO:
«L’oggetto della ricerca non deve essere il sovrannaturale bensì il mondo. Il sovrannaturale è la luce: se ne facciamo un oggetto lo abbassiamo».
– SIMONE WEIL
«Non c’è niente di misterioso che non diventa evidente e viceversa tutto ciò che è evidente nasconde in sé un mistero». – PAVEL FLORENSKIJ
ATTORE
Gesto-azione-atto. Parola-canto-mantra. Presenza oscena. Videor ut video | sull’arte di essere guardati. La danza delle ossa. Memoria involontaria delle membra. Il corpo vita. Respirare incessantemente. Il coro.
FIGURA E PERSONAGGIO
La figura. Costruzione e composizione di una figura. Il personaggio non esiste. Entelechia: raggiungere l’acme.
SPAZIO-SCENA-LUOGO
Geometria: cerchio-triangolo-rettangolo. Dallo spazio sacro al luogo di rappresentazione.
TEATRO E LETTERATURA
Analisi del testo. Lingua e traduzione. Il morto orale. Parole radianti. Cliché e Archetipo. Convenzione e conoscenza.
GLI OGGETTI
Il potere degli oggetti. Oggetti requisiti e oggetti accessori. Il bio-oggetto.
IL VUOTO
Macchie nuvole e ombre. Creare e sostenere il vuoto.
ACUSTICA VISIVA
Suono. Ritmo. Musica.
LA LUCE
Relazione carnale tra attore e fonti luminose.
IMMAGINE
Drammaturgia dell’immagine: comporre e costruire la scena.

ALESSANDRO SERRA:
Pluripremiato regista teatrale dell’opera MACBETTU, fondatore della Compagnia Teatropersona, i cui spettacoli sono stati presentati in tutto il mondo, si forma come attore a partire dallo studio delle azioni fisiche e dei canti vibratori nel solco della tradizione di Grotowski per poi arrivare alle leggi oggettive del movimento di scena trascritte da Mejerchol’d e Decroux. Integra la sua formazione teatrale con le arti marziali che pratica sin da giovanissimo. Nel frattempo si laurea in Arti e Scienze dello Spettacolo all’Università la Sapienza di Roma con una tesi sulla drammaturgia dell’immagine. Fondamentale, negli ultimi anni di formazione, l’incontro con Yves Lebreton e il suo metodo del Teatro Corporeo.
La sua recente regia porta in scena il celebre capolavoro di Cechov “Il giardino dei ciliegi”, un omaggio allo sguardo bambino come origine di tutte le cose e luogo della rivolta permanente.

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