Archive for the 'Immaginazione' Category

La morte corre sul fiume


Unica regia dell’attore americano Charles Laughton, “The night of the Hunter” (1955) è una pellicola in B/N tratta dall’omonimo romanzo di Davis Grubb.
Di primo acchito ci addentra nello spaccato dell’America anni ’30, bigotta e tradizionalista, attraverso un sedicente predicatore evangelico, Harry Powell, col vizio di dare la caccia a vedove danarose.
Allo sguardo che si addentra in profondità, il film regala una visuale a 360° sulla natura umana, con molteplici livelli di lettura.

Il falso predicatore (Robert Mitchum) è un uomo disturbato, inquietante. Sulle dita della mano destra porta tatuata la parola LOVE; HATE sulla quella sinistra. Sa recitare molto bene la parte dell’uomo gentile e premuroso; sa esercitare il suo diabolico fascino sulle folle, che lo seguono acclamandolo, e sulle donne che cadono nelle sue trappole. Il suo appeal non è solo tipico dello psicopatico e del narcisista, ma è lo specchio attuale della nostra società disorientata, delle multinazionali che attraverso i media contrabbandano immagini di se stesse e del mondo edulcorate e scintillanti (la famigliola del Mulino bianco, le fattorie con animali che vivono felici, le miracolose medicine che salvano l’umanità dalle malattie), salvo poi coprire con questa propaganda nefandezze di ogni genere perpetrate a danno dell’ecosistema, degli animali e degli esseri umani.

Questa doppiezza che offusca è – per intenderci – la stessa immagine perturbante sulla copertina dell’ultimo libro di Gianluca Magi, con un Goebbels che fa bella mostra di sé vestito a puntino, sorridente – ma è un compiaciuto ghigno sardonico – e con un bel mazzo di fiori in mano.
Cito questa copertina perché la dissonanza cognitiva dell’immagine, tratteggiata come fosse tremula, è dirompente e lumeggia quella doppiezza in cui cadiamo come facili prede.

La vedova Willa (l’attrice Shelly Winters) è l’ultima conquista del falso predicatore: ella cade nella sua mefistofelica ragnatela, lo sposa, cedendo all’umana debolezza, al giudizio dell’opinione altrui o forse cedendo alla convinzione di non potercela fare da sola; ad un certo punto, ma troppo tardi, comprende di essere stata raggirata e paga con la vita il suo ridestarsi alla consapevolezza: Powell la uccide e getta l’automobile col cadavere di Willa nel lago.
L’immagine del cadavere della donna sott’acqua, con i capelli che ondeggiano come alghe, è una scena così potente che sarà citata a più riprese nella storia del cinema.

I figli di Willa sono due bambini, che in virtù del loro essere bambini, vedono la realtà senza filtri e comprendono fin da subito che non possono fidarsi del nuovo patrigno. Fuggono con la bambola di pezza nella quale il padre naturale aveva nascosto un bottino in denaro con la promessa di non rivelarne a nessuno l’esistenza. Per i bimbi mantenere il segreto è un vincolo sacro. La loro fuga notturna su una barchetta lungo il fiume è raccontata in modo splendido dal regista: immagini in B/N fiabesche e oniriche, con una fotografia gotica ed espressionistica che rapisce lo spettatore.
I bambini sono i grandi depositari dell’immaginazione e del sesto senso: con pochissimi condizionamenti, sono in grado di leggere la realtà con franchezza, di allearsi coi minerali, vegetali e animali e di tesoreggiare la forza della verità e del principio interiore.

Ed ecco farsi largo nel film una meravigliosa figura femminile: l’anziana Mrs Rachel Cooper. Ella accoglie i bambini in fuga, non si fa abbindolare dal falso predicatore, lo decifra all’istante: Harry Powell è un essere diabolico.
Mrs Rachel Cooper è una donna che ha sofferto, ma che ha riconquistato una saggezza originaria, il buon fiuto del cane da tartufo e che sa circondarsi solo di chi è in grado di comprenderla, tenendosi distante dalle folle.

Il mistificatore verrà infine smascherato, arrestato, rischiando il linciaggio della folla inferocita, la stessa che lo aveva acclamato poco tempo prima.

Questa fiaba in pellicola, ricca di archetipi, è stata messa in scena in modo mai banale o retorico, intrecciando vari livelli di comprensione e mille sfumature sulla natura umana.
Niente è come sembra. Tutti i personaggi incontrati sono anche l’esatto loro contrario.

Nessuno può restare indifferente alla visione di questo capolavoro del regista Charles Laughton. Che sospinge a confrontarci con la nostra ombra.
L’ombra ci insegue lungo il fiume della vita e continuerà a farci paura sinché non la affronteremo e le daremo riconoscimento.
Il diabolico in noi può così passare la sua ultima “notte da predatore”.

Fonti:
• “La morte corre sul fiume” (1955) regia di Charles Laughton.
• Gianluca Magi, “Goebbels. 11 tattiche di manipolazione oscura”, Prefazione di Jean-Paul Fitoussi, Piano B, 2021: https://amzn.to/3umkWUn

Pesce d’aprile tardivo. Il senso civico è una cosa seria!


Durante la colazione di venerdì 2 aprile, apro la pagina Facebook del gruppo ottici-optometristi e scopro la bella novità imposta dal Decreto-Legge del giorno precedente. L’idea iniziale di un pesce d’aprile tardivo, che ha smarrito il senso dell’orientamento, ha lasciato presto posto ad un forte amaro in bocca (nonostante le quotidiane gocce di limone in acqua calda che assumo ogni mattina come siero corroborante).
Il pesce d’aprile, purtroppo, sguazza felice in pieno mare e quello imprigionato dentro l’acquario sono invece io.

Col Decreto-Legge 1 aprile n. 44, viene introdotto «l’obbligo vaccinale per gli esercenti delle professioni sanitarie e degli operatori di interesse sanitario che svolgono la loro attività nelle strutture sanitarie, sociosanitarie e socioassistenziali, pubbliche e private, nelle farmacie, parafarmacie e negli studi privati».Nonostante le dovute precauzioni lavorative della mia categoria – che in una ipotetica competizione sportiva contro le cassiere del supermercato vincerebbe “l’Amuchina d’oro” – non mi capacito come l’arte di “preparare e confezionare occhiali” possa essere finita nel pot-pourri di mestieri pronti per essere bolliti in pentola a fuoco lento come la “rana del famoso principio”.

Inoltro quindi alla mia rete di conoscenze la petizione di diffida contro l’obbligo vaccinale, schivando cautamente i possibili auguri di andare al diavolo. La petizione finisce anche fra le mani del signor M (non è quello di “Todo Modo”, è solo l’iniziale del nome). M è l’amico “per la pelle” col quale sin dall’adolescenza ho condiviso scorribande di ogni tipo e che ora si ritrova dietro una cattedra universitaria di un corso di Statistica. Quella strana materia che tramite numeri e percentuali talvolta s’impossessa di chi la studia.Dopo avermi allertato in merito ad un ipotetico movimento sociale denominato “novaxismo” – al quale, a suo avviso, potrei rischiare di appartenere, seppure le mie perplessità vertano nello specifico sul criterio di obbligatorietà adottato – prende avvio la sua inondazione di articoli sulla bontà del vaccino Pfizer: link, pdf in lingua inglese e in italiano per giungere alla fotografia del calcolo matematico da lui stesso elaborato per l’occasione.
Solo la mia richiesta di un “disegnino” riesce a dare un freno alla sua convulsa e improvvisata discettazione.

La vera lezione che ho tratto a mie spese, è quanto, ormai sempre più spesso, le persone convogliate nel flusso di informazioni della narrativa dominante abbiano smarrito la capacità di ascoltare realmente l’interlocutore.

Dopo una rampognata sull’etica della convivenza e la necessità della corretta informazione scientifica, non nascondo che per alcuni secondi mi sono sentito una persona molto brutta, ma proprio brutta brutta. Ma alle sue esplicite parole «fare il vaccino è un atto dovuto nel rispetto del prossimo; purtroppo il senso civico è qualcosa che ancora non è compreso da tutti ma è un obiettivo da conquistare passo a passo», mi è tornato in tragico soccorso, come uno scafandro in un mare di polifosfato organico, il III principio tattico, “Volgarizzazione”, che metteva in pratica quel demonio di Goebbels nella sua propaganda:
«Le opinioni e le argomentazioni si combattono e abbattono con provocazioni orientate direttamente alla sfera del sentimento».

Questo, certo involontariamente, era l’intento di M: farmi lo sgambetto con una scarpa a forma di cuore.Le sue conclusive parole: «Firma pure quel cavolo di petizioni che ti pare, ti voglio bene lo stesso».
Certo che firmo, caro M, perché non è sul bene che mi vuoi che nutro seri dubbi, ma sull’impossibilità di poter decidere, in libertà di coscienza e autonomia di pensiero, quel qualsivoglia ortaggio preferisco.

Riferimenti:
• Gianluca Magi, Goebbels. 11 Tattiche della manipolazione oscura, Prefazione di J.-P. Fitoussi, Piano B, 2021: https://amzn.to/3umkWUn
• Martina Patone, “Cos’è l’efficacia di un vaccino?”, Corriere della Sera, 30/12/2020.
• Fernando P. Polack, et. al., “Safety and Efficace of the BNT162b2 mRNA Covid-19 Vaccine”, The New England Journal of Medicine, (383), 31 dicembre 2020, pp. 2603-2615.

La rana bollita. A che punto di cottura è?


Nuova conversazione con Gianluca Magi attorno al libro
Goebbels. 11 tattiche di manipolazione oscura,
Prefazione di Jean-Paul Fitoussi, Piano B, 2021: https://cutt.ly/RxGCEvG
Libro prima censurato e poi silenziato dai media mainstream.
Buona visione!
www.incognita.online

Patrizi e plebei: una lotta per l’accesso al Sacro


Improvvisamente sappiamo, dagli antichi annalisti, che nel 494 a.C., a Roma scoppia una crisi debitoria che vede i cittadini plebei indebitati con i loro concittadini patrizi. Due schieramenti sui quali, fino ad allora, le fonti tacciono. Ma chi sono i patrizi e chi sono i plebei? Inutile citare qui tutte le interpretazioni di un dibattito, sempre, apertissimo.
Proviamo, allora, ad immaginare la genesi di una città-stato come la Roma primigenia. Grazie all’antropologia, ipotizziamo che sorga da una ‘società segmentaria’, una collettività costituita da diversi clan e caratterizzata da continui scontri interni che consentono giochi di alleanze che giungono, solitamente, alla costituzione di due gruppi, i quali possono risolvere il conflitto sia sublimandolo attraverso la ritualità religiosa che tramite la guerra, oppure negoziando, solitamente affidandosi a quei consigli di anziani che in tali società fungono da camere di compensazione.

Purtroppo, non abbiamo avuto la possibilità di osservare direttamente una tale collettività nel suo moto di transizione verso la costruzione di un’entità statuale, ma ne abbiamo notizie ‘storiche’ da Tacito (La Germania) e letterarie da Omero (Odissea). Entrambi descrivono società senza stato, se per stato intendiamo, con Max Weber, quell’apparato che detiene il legittimo monopolio della violenza. Queste società godono di due requisiti principali: oltre a mancare di un centro esclusivo e legittimamente autorizzato alla violenza, non sono paritarie, né sotto il profilo militare né sotto quello religioso. In simili collettività, la tendenza comune sembra essere quelle indirizzata all’accentramento del potere nelle mani dei capi militari, degli operatori del Sacro e la sua trasmissione dinastica.
E se sulle sponde del Tevere, un gruppo di sacerdoti-guerrieri, nell’VIII-VII secolo a.C., avesse riunito i vari villaggi del septimontium, convincendoli a protrarre quello stato di guerra necessario alla perpetuazione del loro potere? Ecco che, secondo la definizione di Weber, assistiamo ad una prima costruzione statuale, dove l’azione violenta diviene ora appannaggio esclusivo di una casta di sacerdoti-guerrieri. Un po’ quello che deve essere accaduto con la formazione dello Stato Islamico a Medina nel 632 d.C., quando, improvvisamente, un solo uomo, il Profeta, decide come e dove esercitare quella violenza che precedentemente le varie tribù arabiche rivolgevano le une contro le altre.

Di nuovo: chi sono i patrizi? Chi sono i plebei? A leggere le rivendicazioni plebee, oltre a quelle dell’abolizione dei debiti e della distribuzione di terre pubbliche, compare la rivendicazione dell’accesso al consolato, la massima carica politico-militare della neonata Respublica. Ma i patrizi, plausibilmente eredi di quei lignaggi sacerdotali e/o militari, giustificano il monopolio delle magistrature in virtù del loro esclusivo privilegio di accesso alla sfera sacrale per il tramite degli auspicia, ritenendosi, cioè, gli unici in grado di stabilire l’armonia tra le azioni umane e la volontà divina.
In sostanza, almeno fra i plebei facoltosi e i patrizi, lo scontro va portato sul piano sacrale. Un ambito trascurato dalla intellighenzia moderna, che affonda le sue radici nel positivismo scientista del XIX secolo e che, nella sua degenerazione attuale, vede nella cieca esaltazione della scienza e del progresso tecnologico, i capisaldi del benessere, ignorando come l’umanità sia esistita, da sempre, confidando in ben altro. Di contro, sappiamo che l’interazione tra autorità politica e ‘sapere esoterico’, anche negli ambienti di potere più insospettabili e materialisti, non si è affatto interrotta con la rivoluzione scientifica del XVII secolo, né con quella industriale e tecnologica del XIX.
E le masse plebee di oggi? Beh, opportunamente manipolate e convogliate dal ‘patriziato’ moderno, al Sacro, divenuto oggi merce come tutto, del resto, hanno stoltamente sostituito una incrollabile fede nella scienza, che è solamente una parte della Conoscenza; vuoi per la ingiustificata paura di quel passaggio, di quel dono che è la morte, vuoi per apparire intelligenti e colte proprio come coloro che da dietro le quinte, ingannandole, si fanno beffe di loro.

Fonti:
A. La Rocca, Corso di storia romana, Sapienza Università di Roma.
G. A. Colonna di Cesarò, Il Mistero delle Origini di Roma, Libreria Editrice Aseq, 2016/La Prora 1938.
A. Momigliano, “Osservazioni sulla distinzione fra patrizi e plebei”, in «Interviste sull’Antichità Classica» 1967.
F. Cassola, L’organizzazione politica e sociale della Respublica, in Roma e l’Italia – Radices Imperii (ed. V. Scheiwiller) Garzanti, 1992.
M. Weber, Sociologia del potere, Pgreco 2014.
E. E. Evans-Pritchard, I Nuer, un’anarchia ordinata, Franco Angeli, 2002.
V. Turner, Il processo rituale, Morcelliana 2001.
J. Scheid, Quando fare è credere, i riti sacrificali dei Romani, Laterza e Figli 2001.
G. Magi, Gioco dell’Eroe, Il Punto d’Incontro 2012.
G. Magi – F. Battiato, Lo Stato Intermedio, Edizioni Arte di Essere, 2015.
G. Magi, Goebbels. 11 tattiche della manipolazione oscura, Prefazione di J.-P. Fitoussi, Piano B, 2021.
G. Galli, La magia e il potere. L’esoterismo nella politica occidentale, Lindau 2004.
G. Cosco, Politica, Magia e Satanismo, Edizioni Segno 1997.

Qualcuno volò sul nido del cuculo


Il cuculo è un uccello parassita: a causa della sua dieta non può nutrire i suoi pulcini, dunque depone le uova nei nidi di altri volatili che in tal modo cresceranno i suoi piccoli.

Il nido del cuculo, perciò, non esiste.

Come si fa a volare sul nido del cuculo?
Ce lo mostra il regista Milos Forman nella sua pellicola – capolavoro! – uscita in Italia a marzo di 45 anni fa.

Il pregiudicato Randle McMurphy, interpretato magistralmente da Jack Nicholson, si fa internare in una clinica psichiatrica per sfuggire ai lavori forzati. Qui si affeziona agli altri diciotto ospiti e – da perfetto anticonformista – sollecita i loro animi per evadere dalla prigionia e abbracciare la Libertà.

Ma in manicomio – in slang americano Cuckoo’s Nest – non sono concesse pazzie. Ben presto McMurphy si scontrerà con i metodi sadici del personale e in particolar modo della rigida capoinfermiera Ratched: dietro l’uniformazione ipocrita, che finge di vedere tutti allo stesso modo, si cela il carattere repressivo e carcerario dell’istituzione, il potere che emargina i diversi e le posizioni diverse. Potere che non vuole prendersi cura dell’individuo, bensì svuotarlo di tutte le sue particolarità e unicità.

Il film è una boccata di aria fresca che riaccende la scintilla di libertà insita in ognuno di noi che troppo spesso viene sopita dal Mondo-Clinica che ci ‘normalizza’ per farci funzionare come ingranaggi delle sue norme, credenze e ideologie dominanti.
L’uomo moderno è forzato ad indossare la maschera del folle poiché viene lobotomizzato da una società totalitaria che lo intrappola in una rete di nevrosi scaturite dalla repressione.

La vera tragedia è quando ci dimentichiamo di indossare una maschera e crediamo che questa sia l’unico modo di vivere la vita e non più un semplice “sistema” che ci siamo costruiti attorno: molti dei pazzi ricoverati nel film sono lì volontariamente, a parte i cronici e il prigioniero McMurphy, ma a seguito delle incalzanti domande del protagonista i ricoverati si diranno incapaci di abbandonare la prigionia.

«L’uccellino costretto per troppo tempo a restare chiuso in gabbia, non volerà più via trovando la porta aperta.
La libertà fa paura quando non si è più abituati a farne uso
».

Il sistema vorrà sbarazzarsi dell’Eroe libero che mette in dubbio le imposizioni rifiutando l’uniformazione e sommuovendo gli animi.
Il seme della Libertà, però, è ormai stato piantato. E anche quando la libertà viene repressa nel singolo, germoglierà benefica nel cuore degli altri.

Volerai sul nido del cuculo?

Fonti:

– “Qualcuno volò sul nido del cuculo”, regia di Milos Forman (1975; in Italia: 1976).

– Gianluca Magi, Gioco dell’Eroe. La porta dell’Immaginazione, Presentazione di Franco Battiato, con file audio per il download, Edizioni Il Punto d’Incontro, 2019.

– Gianluca Magi, Goebbels. 11 tattiche di manipolazione oscura, Prefazione di Jean-Paul Fitoussi, Piano B, 2021.
> Libro prima censurato e poi silenziato dai media mainstream <

Polimero e i suoi fratelli


L’astronave parcheggia in cima al palazzo, s’appoggia fragorosa e resta il ronzio.
Sono in cucina col caffè tra le mani e questo gatto insistente che aspetta il cibo.
Suonano. Ma chi caz… a quest’ora!?
Vabbè la vicina che ha sempre qualcosa che manca, arrivo!
La faccia verde con gli occhi a mandorla che mi trovo davanti mi ricorda l’ultima festa di carnevale di quand’ero piccola, con Filippo che mi sbatteva la trombetta in faccia con quel rumore sinistro e assordante. Mi fissa, entra con passo veloce e richiude la porta. Mi spinge in cucina con queste dita mollicce e fredde che si appoggiano alla mia spalla.

− Signora lei è stata selezionata grazie alla modesta quantità di adrenalina che abbiamo rilevato nelle sue emissioni. Ci dica, che caz…state combinando? Ci stavamo preparando all’invasione quando ci han riferito che altri alieni ci han battuto sul tempo. Ci racconti un attimo che succede.
Mi stropiccio gli occhi, mi vien da ridere oppure no, ci penso. Poi gli racconto che in un allevamento di maiali in Cina son passati dei pipistrelli, un virus li ha visti e dal puzzo dei maiali è voluto fuggire e si è aggrappato al pipistrello. Ci stava bene e così ha messo su famiglia finché uno lo ha catturato e se l’è mangiato a pranzo. Poi è stato male e invece di andarsene a letto a smaltire l’indigestione ha preso la metropolitana e adesso siam tutti a rischio perché i parenti di quel virus han pensato che la nuova soluzione abitativa era stata una gran ideona e si stava proprio bene. Fine.
− Azz…, mi dice Polimero (forse si chiama così l’alieno). E quindi è davvero così, ci han fregato sul tempo!
− Non lo so, dico io. Poi chiedo: Ma voi avevate soluzioni migliori? cosa volevate farci?
− Beh, pensavamo di usarvi come carburante nelle lunghe notti siderali. Quando parlate emanate un buon profumo e vi esce una bruma dalla bocca che noi apprezziamo.
Si è alzato, l’astronave lo aspetta coi motori accesi, si avvicina alla porta, si ferma.
− Ma poi ’sti allevamenti di maiali li avete ancora o non esistono più?, mi chiede.
− No, no, ci sono ancora, anzi.
Polimero fa per andare soddisfatto. Lo sento fuori che dice al collega:
− Pasqua’ l’abbiamo scampata per un soffio. Rischiavamo di beccarci il tanfo dei suini invece che Chanel n. 5. Questi mangian carne come se non ci fosse un domani. Meglio cosi Pasqua’! Ci è andata bene.

Il Go, il cavallo e il coccodrillo che ci portiamo dentro


> Intervista rilasciata da Gianluca Magi a Ionoblog: https://bit.ly/3rOPxsP
Seconda parte. Segue dall’articolo del 15 marzo.

GP: I social media, sono veri e propri “strumenti per la guerra ibrida”: la definizione non è nostra ma di un rapporto della NATO che lei cita. Può dirmi qualcosa di più in proposito?

GM: Parlai di “guerra ibrida” e “guerra asimmetrica” la prima volta nel 2003, nel libro 36 stratagemmi (ora edito da BUR), un antico testo cinese di arte della guerra che curai dal cinese classico, introdussi e commentai in chiave filosofica e psicologica. All’epoca era un concetto bellico poco compreso, incomprensione che dipendeva dalla costituzione stessa della mente occidentale. In termini strategici, infatti, noi tendiamo ingenuamente a configurare la guerra come uno schieramento frontale di falangi armate. Un po’ come accade sulla scacchiera: lo schieramento bianco fronteggia per traiettorie lineari quello nero (se ancora il politically correct ci consente di dirlo!).
In ambito orientale, la strategia funziona diversamente. Proprio come nel gioco del Go (o, in cinese, “Weiqi“). Nel 1990 trascorsi in Cina parecchio tempo, e passavo intere giornate a guardare giocatori di Weiqi negli hutong di Beijing, i vecchi vicoli popolari (oggi distrutti, salvo i pochi mantenuti in vita come attrattiva turistica). Ebbene, nel Go o Weiqi la strategia è aggirante: un accerchiamento, per rendere l’avversario inerme. L’avversario, cioè, non viene affrontato in modo frontale, ma all’interno di una serie di movimenti concentrici che mirano a serrarlo sempre più da vicino, confonderlo, spossessarlo della sua capacità difensiva accerchiandolo, minandolo dall’interno, frustrandolo, paralizzando i suoi movimenti e impedendogli di poter agire prima ancora che la battaglia si squaderni. È l’applicazione ludica della guerra ibrida o asimmetrica.

Nel rapporto NATO Strategic Communications Centre of Excellence dal titolo “I social media come strumento per la guerra ibrida”, del 2016, si legge che «metodi coperti con immagini falsificate, finti account social, diffusione di voci, inganno, ingegneria sociale e altri metodi per la manipolazione di massa costituiscono metodi ibridi per conseguire scopi politici e militari, combinando abilmente operazioni militari con cyber-attacchi, pressioni diplomatiche ed economiche, e campagne d’informazione propagandistica che i media stessi subiscono e contribuiscono a loro volta a propalare».
È la piena ingegneria sociale. La piena guerra asimmetrica, ibrida, preconizzata dai 36 stratagemmi degli strateghi dell’antica Cina.

GP: Fra i tanti aspetti che lei prende in considerazione c’è anche il cosiddetto “complottismo“, etichetta oggi più che mai usata dai media ufficiali, e che lei assimila a tecniche diversive particolarmente spregevoli…

GM: L’accusa di “complottismo”, di “cospirazionismo” rientra in una delle possibili declinazioni del VII Principio tattico, Trasposizione e contropropaganda. La finalità è inquinare strategicamente i pozzi, appiattire la critica sul livello screditato, imbavagliare quel dissenso fondato che potrebbe aprire una vera riflessione pubblica.
Inciso: l’espressione “cospirazionista” fu inventata dalla CIA ai tempi dell’omicidio Kennedy per screditare le tesi di chi contestava la versione ufficiale stabilita dalla Commissione Warren. Ebbe un successo tale che da allora è diventato un metodo efficace per screditare, delegittimare, denigrare e umiliare l’avversario agli occhi dell’opinione pubblica.
Evito poi di parlare del termine “negazionismo”. È un vocabolo infame, infamante e irresponsabile perché pone sullo stesso piano lo sterminio degli ebrei e l’epidemia (se così vogliamo chiamarla). È un mostruoso abuso terminologico. Chi lo utilizza mostra consciamente o inconsciamente di partecipare in modo strumentale a quell’antisemitismo oggi ancora diffuso.

GP: Tornando a Goebbels – il diavolo zoppo – e alla sua mente, che effetto produce il confronto ravvicinato con una personalità tanto perversa, diabolica fino ai limiti del comprensibile? O forse la scoperta agghiacciante è proprio che il male, in fin dei conti, è anche troppo comprensibile, decodificabile, accessibile alla mente umana?

GM: Natürlich, das würde ich nicht einmal meinem schlimmsten Feind wünschen.
Non augurerei neppure al mio peggiore nemico di confrontarsi per una decina di anni con tutto il materiale prodotto da questa mente geniale quanto perversa, diabolica, votata al Male assoluto. Lo spirito non fuoriesce indenne da uno studio di questa portata, che scandaglia sino al fondo tutto il sovraccarico informativo prodotto dal diavolo zoppo. Lo setaccia e ne desume, per accurato scrutinio, undici principi di manipolazione dal valore pressoché universale, incluso il nostro straniante presente.
La mente contorta del ministro della Propaganda nazista fu in grado di manipolare anche se stessa (meccanismo psichico non inusuale nei Sapiens): non solo mentiva consapevolmente, in pubblico e in privato, falsificando a freddo la realtà stessa, ma giunse a salpare le ancore, allontanandosi dalla realtà genuina per fabbricarne una contraffatta e manomessa, finendo per credere pienamente al racconto che lui stesso produceva, creando una messinscena durata tutta una vita. Chi mente in buona fede mente meglio, recita meglio la sua parte, viene creduto più facilmente dagli altri. Goebbels fece culminare questa messinscena nell’ultimo atto del suo potere: impedire ai suoi sei figli di sopravvivergli.
Come nota Elias Canetti, Goebbels temeva che i figli potessero essere addestrati nel suo mestiere più specifico – la propaganda – contro di lui. L’uccisione dei suoi bambini, per mano della moglie Magda, è – ripeto – il culmine dell’attività propagandistica di questo uomo perverso, per darsi fama postuma.
Negli ultimi mesi di scrittura di questo libro, il mio mondo onirico è stato fortemente disturbato e oppresso. Ma la ritengo una pena necessaria, perché questo libro ha un valore di utilità pubblica. È un osservatorio privilegiato che non si piega a compromessi.
Conoscere è difendersi.

GP: In definitiva Goebbels sfruttò meccanismi che non ci sono affatto estranei: la semplificazione, il contagio psichico, l’esagerazione calcolata, perfino l’infodemia. Certo il nostro codice genetico, come lei scrive, non è diverso da quello dei nostri nonni, e le pulsioni irrazionali su cui far leva – la paura, l’aggressività, l’orgoglio – sono ben vive in ciascuno. Ma è possibile che oggi le masse siano vulnerabili pressappoco come allora? Non è stato fatto davvero alcun progresso? E secondo lei perché?

GM: Come sappiamo, se la storia non si ripete, fa certo rima con se stessa. Come è possibile? Per rispondere occorre addentrarci nel campo della neuropsicologia. È ampio, ma mi limiterò all’osso.
Nella pratica psicoanalitica, non di rado all’analizzato dico: «In sua compagnia si siede sul divano un cavallo e un coccodrillo». Che significa questa immagine pittoresca? Si basa sull’ipotesi neurofisiologica derivata dalla teoria delle emozioni di Papez-MacLean che si fonda su ricerche sperimentali condotte su un arco di circa trent’anni. Dal punto di vista anatomico e funzionale, tra le strutture arcaiche del cervello che l’uomo ha in comune con i rettili e i mammiferi inferiori, e la neocorteccia, specificamente umana, che l’evoluzione ha posto sopra di esse, non è assicurato un adeguato coordinamento. Il risultato è una coesistenza precaria, che spesso esplode in acuto conflitto, tra le profonde strutture ancestrali del cervello che presiedono soprattutto al comportamento istintivo ed emotivo, e la neocorteccia, grazie alla quale l’uomo è dotato di linguaggio, logica e pensiero simbolico e razionale.
Ecco, le tattiche di manipolazione oscura si rivolgono al piano pre-riflessivo, pre-verbale, semi-cosciente, corporeo-istintivo dell’azione, del quale spesso non si è propriamente consapevoli, poiché pertiene alle strutture arcaiche del cervello. Emblematici in tal senso sono i Principi tattici VI, Contagio psichico e il XI, Trasfusione. E ad essi rimando per approfondire.

Letture consigliate:
– Gianluca Magi, Goebbels. 11 tattiche di manipolazione oscura, Prefazione di Jean-Paul FItoussi, Piano B, 2021.
– Gianluca Magi, 36 stratagemmi. L’arte segreta della strategia cinese, Prefazione di Franco Battiato, Bur, 2020.
– Liang Shiqiu, La nobile arte dell’insulto, introduzione, traduzione dal cinese e curatela di Gianluca Magi, Einaudi, 2017.

Sul feticismo del denaro e della merce


Etnologi, colonizzatori e missionari del diciottesimo secolo misero in circolazione un termine cruciale per comprendere la nostra società di oggi. Il termine: è “feticismo”. Descrive la mentalità dei mondi indigeni che carica alcuni oggetti o animali del “mana”: una forza magica dall’efficacia simbolica. Gli oggetti e gli animali feticizzati acquisiscono quella forza magica espressa ed attribuita loro dal gruppo. Una forza magica, totemica da manipolare, di cui impossessarsi o, nel caso, da cui difendersi.

Nella società capitalistica come nelle società arcaiche, gli oggetti non sono considerati per ciò che sono, cioè «valore d’uso», ma per ciò che valgono, cioè «valore di scambio». Questa è la grande intuizione di Karl Marx sul feticismo del denaro e della merce. La capacità di permutare gli oggetti con l’oro o con il denaro – proprio come il “mana” dei primitivi – si diffonde sugli oggetti mascherando la loro intrinseca natura, allo scopo di renderli pure espressioni di valore (economico).

Il giovane Marx – appassionato lettore di Shakespeare e Goethe – immagina questo dialogo tra Timone di Atene (protagonista di una tra le più oscure tragedie di Shakespeare) e Mefistofele (protagonista con Faust dell’opera di Goethe). Dialogo al quale Marx stesso prende parte.
Siamo in ascolto.

«Oro? Oro giallo, fiammeggiante, prezioso?» – domanda Timone di Atene – «No, o dèi, non sono un vostro vano adoratore. Radici, chiedo ai limpidi cieli. Ce n’è abbastanza per far nero il bianco, il brutto il bello, ingiusto il giusto, volgare il nobile, vecchio il giovane, codardo il coraggioso. Esso allontana i sacerdoti dagli altari; strappa di sotto al capo del forte il guanciale. Questo giallo schiavo unisce e infrange le fedi; benedice i maledetti; rende gradita l’orrida lebbra; onora i ladri e dà loro titoli, riverenze, lode nel consesso dei senatori. È esso che fa risposare la vedova afflitta; colei che l’ospedale e le piaghe ulcerose fanno apparire disgustosa, esso profuma e prepara di nuovo il giovane per il giorno d’aprile. Avanti, o dannato metallo, tu prostituta comune dell’umanità, che cerchi la discordia tra i popoli».

«Che diavolo!» – risponde Mefistofele – «Mani e piedi, capo e sedere sono certamente tuoi! Ma tutto quel che io mi posso allegramente godere, non è forse meno mio? Se posso pagarmi sei stalloni, le loro forze non sono per avventura le mie? Io ci corro su, e sono perfettamente a mio agio come se io avessi ventiquattro gambe».

«Ciò che mediante il denaro è a mia disposizione, ciò che io posso pagare, ciò che il denaro può comprare, quello sono io stesso, il possessore del denaro medesimo» – afferma Karl Marx. «Forse che il mio denaro non trasforma tutte le mie deficienze nel loro contrario? E se il denaro è il vincolo che mi unisce alla vita umana, che unisce me alla società, che mi collega con la natura e gli uomini, non è il denaro forse il vincolo di tutti i vincoli? Non può esso sciogliere e stringere ogni vincolo? E quindi non è forse anche il dissolvitore universale? Esso è tanto la vera moneta spicciola quanto il vero cemento, la forza galvanochimica della società».

Ciascuno di noi tragga le proprie considerazioni in parallelo ai nostri strani giorni.

Lettura consigliate:
– William Shakespeare, Tutte le opere, a cura di Mario Praz, Sansoni, 1964.
– Johann Wolfgang Goethe, Faust, a cura di Pietro Citati, Mondadori (Meridiani), 1970.
– Karl Marx, Manoscritti economico-filosofici del 1844”, a cura di Norberto Bobbio, Einaudi, 1973.
– Gianluca Magi, Goebbels. 11 tattiche di manipolazione oscura, Prefazione di Jean-Paul Fitoussi, Piano B, 2021.

Simone Weil. No alla forma che finisce per essere la sostanza.


In un periodo storico in cui gli spazi mediatici e culturali sono dominati da argomenti e argomentazioni fantoccio, da fumosi casus belli per cavalcare antagonismi artificiosi e rinnovate divisioni tra le persone, salutare è volgere l’ascolto a chi tenta in modo reale di ristabilire nelle anime il senso di verità e giustizia, il forte senso di fratellanza. Senza pigrizia mentale e posizioni prese “per partito”.
Questo salutare spazio d’ascolto – antidogmatico, refrattario al pensiero unico e fuori da ogni fabbrica di ipocrisia e soggezione – ce lo offre una prodigiosa donna francese. Singolare scrittrice, filosofa e mistica: Simone Weil. Un vero talismano che protegge chiunque è costretto ad attraversare l’immenso ammasso di menzogne che circonda la parola «società».

Simone Weil nasce a Parigi il 3 febbraio 1909. Insegna filosofia e greco al Lycée de Jeunes Filles di Roanne, ma presto decide di sperimentare in prima persona le condizioni lavorative disumane della classe operaia facendosi assumere alla Renault. Nel 1936 si arruolerà nelle milizie anarchiche per prendere parte alla Guerra civile spagnola. Un anno più tardi vivrà la svolta mistica che segnerà i suoi ultimi tragici anni di vita. La sua breve e intensa vita s’interrompe a 34 anni, rapita dalla tubercolosi aggravata dalle privazioni che si era imposta.
Tutte le sue opere verranno pubblicate postume, per forte volere di Albert Camus e di André Breton.

Gli ultimi intensi brevi saggi, di carattere politico e filosofico, Simone Weil li scrive a Londra, pochi mesi prima di morire, il 24 agosto 1943, mentre era impegnata nelle file di France Libre, l’organizzazione clandestina della resistenza francese che faceva capo a Charles de Gaulle.
Questi saggi sono sono raccolti in un piccolo denso libro dal titolo: Contro i partiti. Solo ciò che è giusto è legittimo, Piano B, Prato 2017.

Il primo scritto della raccolta, “Nota sull’abolizione dei partiti politici”, è un lucido, radicale e quanto mai attuale manifesto per rimediare all’infermità di pensiero prodotta dai partiti politici nel gestire e governare la democrazia. Simone Weil vede i partiti come macchine che lavorano innanzitutto per sé, per creare consenso e suscitare passioni collettive: i partiti non pensano, aspirano solo al loro stesso potere.
Attenzione! La profondità di azione e il movimento di pensiero proposti dalla cristallina virtù argomentativa di Simone Weil, sono quanto di più lontano da ogni sospetto di quel populismo e qualunquismo che inquinano la discussione politica odierna. Weil ha autenticamente a cuore i bisogni vitali ed essenziali dell’essere umano e li descrive nel secondo scritto “I bisogni dell’anima”: questi elementi essenziali per una vita che possa definirsi pienamente umana dovrebbero essere la preoccupazione prima di ogni governo e l’obiettivo di ogni suo piano d’azione.

Gli altri due scritti raccolti – “Lottiamo per la giustizia?” e “Idee essenziali per una nuova costituzione” – proseguono la testimonianza dello stesso impegno della scrittrice francese nell’immaginare una nuova forma di democrazia, più alta e più capace di rispondere ai bisogni essenziali dell’anima. Qui la sottigliezza del suo ragionamento è compenetrata dall’illuminazione di un misticismo e di un atteggiamento interiore che superano i limiti ristretti dell’individualità per cogliere un ordine superiore a quello della ragione umana, indescrivibile ma evidente.

Dalla sorgente dei suoi innumerevoli studi, emerge quell’identico pensiero espresso dai pitagorici, Eraclito, Platone, nel mondo taoista come in quello dei grandi mistici cristiani, nelle Upaniṣad e nella Bhagavad Gītā (che ella cominciò a leggere nell’originale, dopo essere stata iniziata allo studio del sanscrito da René Daumal agli inizi del 1941): la verità, il più sacro dei bisogni dell’anima. Bisogno di verità a cui Simone Weil consacrò la sua esistenza. Con rigore, onestà intellettuale e integrità interiore. Per ristabilire nelle anime il senso di giustizia, fratellanza e una forma più alta di democrazia. Affinché la forma non finisca per essere la vera sostanza.
Solo ciò che è giusto è legittimo.

Simone Weil, Contro i partiti. Solo ciò che è giusto è legittimo, Piano B, Prato 2017 (euro 12).

Il Gioco dell’Eroe? È un’eutopia.


La parola «gioco» si può fraintendere. Ed alcuni l’hanno fraintesa.
Ma non va dimenticato che i giochi, da quelli dell’infanzia a quelli degli adulti, hanno sempre un fondamento serio e non solo quando contengono un nucleo esoterico: sono, in particolare, tecniche di addestramento di facoltà e attitudini – in genere sonnecchianti, non atrofizzate o morte – necessarie nella vita. Quantomeno alla vita degna di questo nome.
Quello del GdE è il gioco di gruppo di Giocatori che si sentono elaboratori e depositari di una visione del mondo, ma sentono anche farsi il vuoto sotto i loro piedi, tra scricchiolii di terremoto della società.

Il molo d’attracco è l’immagine di una piccola società ideale. Una <eutopia>, non un’utopia. Cioè un “luogo giusto” che è costruito tutti insieme e in cui ci si incontra tutti insieme.In questo modo e per questa ragione, meditai e sviluppai il GdE per quasi un ventennio. Per farlo atterrare, abbandonai l’insegnamento universitario. Scelta necessaria, che certo non rimpiango. Misi così in campo il GdE più o meno una dozzina di anni fa: con imprevedibili voli e con scese in picchiata, per le regole assegnate a questo tipo di Gioco esistenziale che nasconde segreti.

Il Gioco esce da se stesso, si definisce attraverso i suoi Giocatori, e a sua volta è il Gioco che serve da definizione o emblema per la società dei suoi Giocatori presenti e futuri, per l’insieme delle persone che parteciperanno al Gioco, che si riconosceranno in esso e attraverso di esso.

* Questa breve lettera risponde pubblicamente a tre domande in privato giunte durante queste ultime settimane.

Gianluca Magi, Gioco dell’Eroe. La porta dell’Immaginazione, Presentazione di Franco Battiato, + traccia audio, Edizioni Il Punto d’Incontro.


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