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Purificazione, morte e rinascita


Può succedere che, mentre ti chini su uno specchio d’acqua, tu non veda più la tua immagine, ma un vortice che ruotando su se stesso scende in profondità fino a uno squarcio di luce e da lì all’improvviso, velocemente, risalga qualcosa che si fermi proprio tra le tue braccia.
Stai sorreggendo Ofelia, una dea dell’acqua, una ninfa, una bellissima fanciulla con il corpo ancora fradicio, cosparso di fiori e intensamente profumato.
Ti accorgi con stupore che hai ritrovato la tua anima e l’anima del mondo che si era perduta.

LA STORIA
È Shakespeare nella sua opera teatrale “Amleto” scritta nel 1600 a portare Ofelia alla ribalta del mondo.
Il personaggio di una donna che vive alla corte del regno di Danimarca, donna lacerata da un mondo maschile violento, spietato e corrotto, dove si intrecciano uccisioni, menzogne, tradimenti e segrete congiure, in un crescendo che si avvia sempre di più verso la tragedia.
In questa cupa atmosfera nasce però l’amore di Ofelia e Amleto, il figlio del re. I loro primi incontri sono fatti di parole e gesti delicati, i primi doni, le prime lettere, promesse e giuramenti.
Ofelia è una fanciulla di rara bellezza, devota e remissiva verso il padre e il fratello che le ordinano di troncare quell’amore per Amleto, a loro giudizio non sincero.
Ofelia obbedisce, mortificando i sentimenti e il trasporto del suo cuore.
Sincronicamente Amleto apre gli occhi sulla corruzione malvagia in cui vive, proprio nell’ambito degli affetti più cari. Si finge pazzo, costruendo segretamente una trama che svelerà ogni intrigo e condannerà ogni colpevole. È costretto dalla sua stessa finzione a contrapporsi anche a Ofelia, abbandonandola. Inoltre, nei suoi tentativi di vendetta, uccide per errore il padre di lei.
Per Ofelia è troppo, per la sua giovane età e la purezza del cuore la misura è colma, il dolore la travolge. Non può più appartenere a un ambiente che l’ha mortalmente ferita e l’unico modo è lasciarsi scivolare in un’altra dimensione pronta ad accoglierla: la follia.
Un’Ofelia diversa si aggira tra le mura del castello, con aria sospesa e sognante, stringendo tra le braccia fiori che offre a chiunque incontri attorno a sé, intrecciando ghirlande ed esprimendosi solo con versi e canti d’amore.
Finché un giorno, in prossimità di un ruscello, per adornare un salice con gemme floreali, si sporse troppo incautamente e cadde nell’acqua rimanendo distesa, quasi dolcemente addormentata, mentre foglie fiori varietà di piante e la sua bella veste la ricoprivano come per proteggerla, facendola sembrare ancora più bella.

OFELIA, IN ETERNA FIORITURA
Da quel momento, la scena diventa immagine archetipica e fonte di ispirazione in ogni epoca per pensatori, artisti e sognatori che non si stancano di ammirarla e di ritrarla, di indagarne i seducenti effetti ed il significato. Trasportandola nel mito, ne hanno celebrato l’immortalità e proiettato su di lei, in un continuo presente, la nostra anima galleggiante tra il mondo visibile e il mondo invisibile, dialogo aperto tra la vita e la morte.
Immagine ipnotica e stato d’animo primordiale, chiave d’accesso a emozioni inesplorate e inespresse che ognuno può ritrovare dentro di sé, in quello stato dell’essere sospeso nel tempo, così da poter dire: “It’s the Opheliac in me”.
Ofelia, indissolubilmente legata alla natura e alla bellezza, ce ne indica la via. Il suo desiderio è proprio la comunione con gli elementi naturali, un matrimonio mistico con l’acqua a cui si abbandona e che celebra cantando, dissolvendosi nel grembo acquatico della Grande Madre. «È l’autentica materia della morte decisamente femminile», commenta Gaston Bachelard.
Esprime una forza del femminile che specialmente oggi si ritrova estraniato da questi tempi ingannevoli e malati, tanto che la scena della morte si fa immagine simbolo della morte di tante donne uccise e seviziate. Grave mancanza dell’elemento femminile e dell’Anima nell’equilibrio del mondo e l’urgente necessità di ritrovarne il vero fondamento, per risanarlo e riportarlo nei giusti cardini.
E se continua a sussurrarci “Ricordati di me”, possiamo risponderle con i versi:
«Un giorno la mia anima si gettò nel ruscello delle ofelie. Un’Ofelia mai annegata, una gioia intatta sotto il disastro».

FONTI:
William Shakespeare, “Amleto”, 1600-1602.
Gaston Bachelard, “Psicanalisi delle acque”, 1942 (Red, 2006).
“Ophelia” di John Everett Millais, dipinto a olio su tela (1851-1852)
Emile Autumn, “Opheliac”, album musicale (2006)
Stéphane Mallarmé, “Divagations”, 1897.


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