Archive for the 'Esagerazione calcolata e travisamento' Category

Happy Birthday, Peter Brook.


Ben prima delle mode multiculturali degli anni 80, uno spirito libero da dogmi ci faceva respirare a pieni polmoni. Quello spirito libero si chiama Peter Brook. E oggi compie la bellezza di 96 anni!
Questa libertà di spirito non soffocata dalle continue tiritere moralistiche oggi sempre più politicamente corrette, Peter Brook ce la fa respirare con la regia del film “Il Signore delle Mosche”. Pellicola del 1963 tratta dal romanzo omonimo di William Golding del 1954. Romanzo che l’American Library Association ha classificato all’8° posto dei libri più contestati nella cultura americana e al 68° dei libri più contestati di tutti i tempi.
Questa contestazione – immaginiamo – per la ragione per cui si censura: si silenziano e osteggiano le opere che svelano la reale natura umana e le dinamiche del potere. La conoscenza rende liberi – si sa – e questo per qualcuno è ben più di una mosca al naso.
Il romanzo di Golding fu rifiutato da ventuno editori, per poi vedere finalmente la luce per Faber. Al riguardo il critico letterario John Carey sentenziò: «L’editore Faber ha pubblicato uno sgradevole romanzo su ragazzini che agiscono in modo impensabile su un’isola deserta». Carey ignorava che “Il Signore delle Mosche” è: «The darkness of man’s heart»?
Comunque, nel 1983 William Golding fu insignito del premio Nobel per la letteratura, con questa motivazione: «Per la sua capacità di illuminare con efficacia la condizione umana nel mondo odierno, grazie ad una chiarezza narrativa realistica e all’universalità del mito».

Con queste premesse ci addentriamo in punta di piedi nel film di Brook tralasciando, per ragioni di spazio, numerose letture possibili. Lasciamoci accompagnare dai giochi di luce e ombra, dai movimenti di camera. Per entrare in quel sogno lucido che è un certo tipo di cinema.
Inciso. “Il Signore delle mosche” è tra i cinque film consigliati da Gianluca Magi come approfondimento cinematografico della VIII tattica di manipolazione oscura, Esagerazione calcolata e travisamento: la vittoria non si ottiene contando quanti ne hai uccisi, ma quanti ne hai spaventati.
La paura, infatti, fa da padrone in questo film.

Prima scena: un aereo carico di ragazzini, nel mettersi in salvo da quello che sembra un conflitto nucleare, precipita su un’isola sperduta del Pacifico. Gli adolescenti, per sopravvivere, si dividono in squadre, su suggerimento di Jack e Piggy (nella versione italiana è Bombolo, maledetti!), gli unici equipaggiati di una meravigliosa capacità di osservazione e di sane immagini adulte di riferimento. Su di loro si abbatterà presto la diabolé – la maldicenza che semina discordia – della squadra di ragazzini capeggiata da Jack, futuro capo carismatico dei selvaggi. Jack si chiede come faranno a sopravvivere senza adulti; sottendendo così ad un modello di società gerarchica dove gli adulti – eterni adolescenti – sono solo gregari. Atteggiamento mentale oggi molto in voga nella società bambinizzata – già messo in luce dallo psicoanalista Wilfred Bion nella funzione disturbata di Rêverie
Atteggiamento mentale per il quale la maggioranza si accontenta di essere seguace di scialbi insegnamenti e ideologie colabrodo svendute agli angoli della strada.
Non è un caso che Jack avrà come unico obiettivo la caccia, intesa come ricerca di cibo e atto simbolico per fugare la paura della morte.
La filosofa Simone Weil ricorda che, quando il sovrannaturale entra in un essere che non ha sufficiente amore per riceverlo, diventa un male.

Va da sé che il sole cali sui giovani naufraghi per lasciare posto alle tenebre, all’intolleranza, alla violenza, alla prevaricazione. La negazione della natura interiore del disagio, nella situazione di emergenza sull’isola, porta rapidamente alla creazione di un idolo esterno, signore e padrone, in nome del quale si spegnerà lentamente il fuoco della ragione. La creazione del Dio terribile – il titolo “Signore delle Mosche” allude a Satana – è offerto da un travisato racconto del piccolo Percival che ha per protagonista la Bestia che striscia fuori dal mare: simbolo della frattura nelle condizioni di convivenza.
Il passo è breve per trasformare la convivenza in un universo paranoico denso di crudeltà, del bisogno ossessivo di un “nemico” che giustifichi le azioni di attacco e fuga, che annulli il senso di colpa, individuale e collettivo.
Nel gruppo di ragazzini l’illusione condivisa diviene così la realtà, la logica e i valori sono depressi. Se ne accorgerà il contemplativo Simon, una delle vittime di questo delirio che porta l’isola al tragico epilogo.

Peter Brook, in una breve intervista del 2020 – con uno sguardo azzurro ipnotico come il suo teatro che «mette la vita allo specchio», direbbe Shakespeare – ci parla del futuro e della sua preoccupazione per la dilagante violenza. La sua domanda è: sopravviveranno gli uomini e le istituzioni di fronte a tale violenza distruttiva?
Una domanda che non nasconde l’urgenza e che nulla ha a che fare con i cliché.
Ve ne accorgete calandovi nella natura de “Il Signore delle Mosche” con il coro di ragazzini.

Si può ipotizzare, come fece Wilfred Bion, l’emergere di gruppi senza leader in cui il conflitto individuo-società possa essere rivelato e risolto nel lavoro del gruppo?

Forse troverete le vostre risposte. Di sicuro vi farete molte domande.
Ma attenzione: «A una domanda grossolana si può solo rispondere in modo rozzo».
Comincerete a guardarvi intorno e ad accorgervi che l’essere umano ha il bisogno ancestrale di riunirsi, di celebrare riti, che lo stesso fuoco che ci scalda può distruggere ogni cosa. Vi mostrerà i meccanismi crudeli che stanno alla base delle istituzioni umane.
Quindi occorre essere guardinghi. In questo periodo ricco di aggressività anale, i prossimi a finire sullo spiedo potreste essere voi.

A proposito. Ho scoperto recentemente, con sommo piacere, che quel leccatore seriale che è Luca Guadagnino (Nomen Omen) ha rinunciato a fare il remake del “Signore delle Mosche” tutto al femminile. Ipotizzo un finale in cui a salvarli giunge un missionario e tutti se ne vanno cantando «finché la barca va, tu non remare…».
Certamente più efficace del «Ludovico Van» di kubrickiana memoria.

Fonti:
“William Golding, “Lord of the Flies”, Faber, 1954.
“Il signore delle mosche”, regia di Peter Brook, 1963.
Peter Brook, “Intervista”, Napoli teatro festival Italia, 2020.
Peter Brook, “Lo spazio vuoto”, Bulzoni, 1998.
Wilfred Bion, “Esperienze nei gruppi ed altri saggi”, Armando, 1971.
Gianluca Magi, “Goebbels. 11 Tattiche di manipolazione oscura”, Piano B, 2021
»» Libro prima censurato e poi silenziato dai media nazionali mainstream ««

L’era dalla panicocrazia. È cominciata.


«Stiamo entrando in un’era delle pandemie. Se si guarda a quanto è accaduto negli ultimi anni, con Hiv, Ebola, Mers e Sars, quelle erano epidemie che potevano essere contenute ma non possiamo pensare che sia tutto finito una volta superato il Covid-19. Il rischio resta». Così ha dichiarato recentemente Ursula von der Leyen, presidente della Commissione europea sull’autorevole Financial Times.
In realtà le pandemie e i virus letali – come la Spagnola (1918-1920) con 50 milioni di vittime, l’Asiatica (1957-1960) con oltre due milioni di morti, la pandemia di Hong Kong del 1968 (tra 1-4 milioni di vittime), l’HIV, virus non ancor scomparso, con 25 milioni di morti, con l’Ebola (il calcolo dei morti fino al 2016 si aggira intorno agli 11 mila) – hanno sempre accompagnato la precaria esistenza umana. Ma senza sconvolgerla come ora, da più di un anno a questa parte.

«Superato il Covid-19 il rischio resta».
Qual è la ragione di questa uscita della tedesca von der Leyen?
Forse per giustificare l’implementazione della ricerca UE?
No. Bensì per seminare il panico con l’incubo virale che si protrarrà per generazioni.
Ma qual è ragione di questa politica ansiogena e oppressiva?
Perché se fino ad un anno fa le varie pandemie che ci sono state non ci avevano stravolto la vita, ora quelle future dovrebbero essere così rovinose da piombarci per sempre in casa e costringerci a mascherarci?
Perché von der Leyen, come una novella Nostradamus, predice apocalissi a tempo indeterminato?
Che la situazione non quadri è ormai evidente a (quasi) tutti.

Come anticipavo alcuni mesi fa in questo video è la tattica della forza attraverso la paura: l’VIII principio tattico, trattato nel mio nuovo libro Goebbels. 11 tattiche di manipolazione oscura (Piano B, 198 pagine, 15 euro).
La panicocrazia è dunque il nuovo scenario che ci aspetta: domina chi è capace di terrorizzare le masse. Il virus del panico sarà la vera pandemia del futuro: un virus assai più contagioso del Covid perché si trasmette con immagini e parole: le sue vittime sono persone semplici e colte, giovani e anziani.

Chi è nel panico non ragiona. Lo sapeva bene Goebbels, il diabolico ministro della Propaganda nazista, che confezionava idee e azioni su misura per i mass media per ingigantire i fatti in modo da farli apparire come la prova di minaccia da cui dipendeva la sopravvivenza e la stabilità della società, dell’economia, della salute pubblica. È l’obiettivo dell’VIII Principio tattico, “Esagerazione calcolata e travisamento”. Uno degli esempi di tattica politica ansiogena e oppressiva per la nuova strategia di guerra psicologica fu la “sezione Nostradamus”, istituita da Goebbels nel novembre 1939 all’interno del suo ministero, per profetizzare lutti, distruzioni e apocalissi, per «magnificare la vittoria all’interno e creare panico e confusione all’estero». Con grande soddisfazione del diavolo zoppo, la tattica di manipolazione oscura funzionò (ne parlo a pag. 51 del libro, per poi sviscerarlo da pag. 147).

È l’invisibile creazione di un universo paranoico per agire sui recessi profondi dello spirito dell’individuo, per programmarne le azioni e indirizzarne i comportamenti. La pressione che instilla paura nelle persone è il modo più facile per dominare, poiché spinge ad accettare ogni soluzione. Eliminare ogni bastione su cui l’uomo possa sentirsi inattaccabile, e dunque libero dalla paura. Diffondere il bisogno di certezze, di consolazione, di guida e di obbedienza. Questi sono gli effetti dell’applicazione del Principio tattico VIII, la cui regola psicologica è: per suscitare partecipazione e adesione si deve associare un fatto a episodi storici radicati nella memoria collettiva, come stragi, olocausti, orrori; il forte bisogno emotivo generato paralizzerà la volontà delle persone, distruggerà la loro capacità di pianificazione e di collaborazione, inducendo ad aderire allo scopo economico, sociale o politico proposto.

La von der Leyen e non solo lei l’hanno capito bene e quindi, per soffocare sul nascere l’improvvido anelito di speranza iniettato nei cuori della gente insieme ai vaccini, spengono ora la speranza con l’avvertimento che le pandemie seguono un moto perpetuo. Perpetuo come il moto del pendolo che oscilla tra collettiva ansia e speranza; speranza e ansia. Un moto perpetuo tra il tranquillizzare e il minacciare; minacciare e tranquillizzare. Ciclicamente. Ininterrottamente. Ipnoticamente.

Un antico proverbio arabo recita:
«La vittoria si ottiene non contando quanti ne hai uccisi, ma quanti ne hai spaventati».

Gianluca Magi, Goebbels. 11 tattiche di manipolazione oscura, Prefazione di Jean-Paul Fitoussi, Piano B, gennaio 2021.
< Il libro prima censurato e ora silenziato dai media mainstream >


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