Archivio per marzo 2021



Il sole artificiale. La distopia è tra noi.


In una città dalle tinte fosche, ragazzi e ragazze si dirigono come mesmerizzati verso l’unica fonte di luce presente: un grande occhio irradiante luce. Sotto la luce “benevola” del grande occhio anche gli anziani ritrovano la fiducia dello stare assieme e del tenersi felicemente per mano.

Non è l’incipit di un romanzo di Aldous Huxley, né di Ray Bradbury, né di George Orwell e neppure di Philip Dick. È invece il trailer promozionale [qui allegato nei Commenti] del progetto “Urban Sun” dell’olandese Daan Roosegaarde, diffuso dal World Economic Forum, poi rilanciato da numerose testate giornalistiche.
Il progetto promette di creare un “sole artificiale” che grazie ad una speciale tecnologia è in grado di ridurre la lunghezza d’onda della luce ultravioletta dai 254 nanometri – dannosa per l’uomo – a un fascio di luce UVC di 222 nanometri a 0,1 mW/cm2, che invece ha la proprietà di eliminare sino al 99,7% la presenza di virus SARS-CoV-2 nell’aria senza danneggiare epidermide e occhi.
Chi continua a terrorizzarci con l’infodemia pandemica, chi ci vieta di uscire all’aria aperta e di trarre i benefici del Sole naturale, sembra però accogliere a braccia aperte il progetto di un sole artificiale.

Recenti studi dell’Università di Padova con il supporto dell’Università di Parma, di Verona e degli Istituti di Ricerca CNR di Reggio Calabria e Pisa avevano scientificamente evidenziato l’effettivo ruolo positivo della vitamina D – sintetizzata dal nostro organismo attraverso l’assorbimento dei raggi solari operato dalla pelle – nella prevenzione dell’insorgenza o nell’aiuto sui malati per il decorso del virus.
Studi sistematicamente ignorati dal sito del Ministero della Salute, che declassa a fake news i benefici della vitamina D nel caso specifico.

Così questo capitalismo nella sua espressione più disumana – che prospera sulla disintegrazione dei rapporti tra esseri umani, sempre più alienati, e su una forma di controllo e sorveglianza senza precedenti nella storia umana – dopo averci piombati al buio di casa come maiali d’allevamento intensivo sotto antibiotici, ora ci propina la fredda luce di un sole artificiale come soluzione.

Una delle inaccettabili facce della Green Economy?

Aggiungete che nel trailer del progetto “Urban Sun” le persone sono come falene attratte dal lume di candela.

Fonti:
https://bit.ly/2OfakYk
https://bit.ly/3tf0BQx
https://bit.ly/3l3ssQM
https://bit.ly/3etnTxL


Todo Modo – il film nato dall’omonimo libro di Leonardo Sciascia, scrittore nemico della retorica – può definirsi un’iperbole grottesca, un j’accuse dal sapore sadiano sulla politica degli anni Settanta.
E non solo.

Il titolo risuona come uno spurio richiamo eroico – “Todo Modo”, tradotto “ad ogni costo” – e s’ispira agli esercizi spirituali di Ignazio di Loyola (1491 – 1556), fondatore della Compagnia di Gesù (Gesuiti). Ignazio di Loyola, dal passato militare, caratterizza l’ordine come una sorta di gerarchia di ufficiali retta da un generale con poteri illimitati. Già questo è sufficiente per comprendere l’attualità della pellicola di Elio Petri, sequestrata dopo venti giorni dalle proiezioni e poi silenziata per una quarantina d’anni. Ancora oggi si ricerca la pellicola originale del film.

Sirene di ambulanze e altoparlanti spiegati irrompono nella prima scena. Intimano la vaccinazione obbligatoria per la misteriosa epidemia che miete vittime. Non tante, ma sufficienti come metafora della crisi della civiltà italiana risucchiata dal vortice della strategia della tensione.
Qualcosa di familiare genera un istantaneo sussulto nello spettatore.
Numerosi capi politici, banchieri e dirigenti d’azienda si adunano in un albergo, che è anche eremo e bunker: il Zafer (Vittoria), claustrale architettura brutalista. L’incontro è preludio di un cambio ai vertici. Come in una catabasi dantesca, l’edificio sprofonda per metà nelle viscere della terra, così come gli ospiti affondano nell’ipocrisia di un pentimento che alimenta la dipendenza spirituale. Nascosti agli occhi del mondo, come in una catacomba, lasciano emergere gli squallidi e grotteschi risvolti etici, erotici e psicologici che non risultano nuovi ai nostri offesi occhi: le stesse nefandezze brillano, twittano, selfano, postano, sgorgano da quella cloaca a cielo aperto che sono oggi i social.

Il film si avvale di un cast stellare. Su tutti si erge il luciferino Don Gaetano (Marcello Mastroianni qui è un vero drago), carismatico e colto gesuita nel quale verità e menzogna si tramescolano.
Apparentemente estraneo ed esterno, mostra gli atteggiamenti tipici di chi è abituato a comandare senza curarsi di regole o di vincoli, tenendo saldamente le redini della annichilente disciplina interna, fatta di cerimonie, gli exercitia spiritualia appunto. Le sue conversazioni colte e ricche di citazioni nascondono allusioni e minacce in una pretesa di superiorità.
Lo affianca un bravissimo e untuoso Gian Maria Volonté nei panni di M. (e qui ciascuno può cogliere da sé i rinvii allusivi), soporifero oratore, presidente assetato di potere, dalla dubbia sessualità, con un mai risolto complesso materno e una spiritualità frustrata contorta all’opportunismo dei compromessi.

Fanno loro da cornice un’orda di cooptati, composta da lacchè intenti alla sghemba pratica del pentimento e dell’espulsione del peccato. Chi per dovere, chi per predisposizione. Perché come dice don Gaetano «se si pratica, qualcosa succede sempre».
I meschini trascorrono il loro tempo ad accusarsi a vicenda cercando di non perdere la faccia, o peggio, il posto.

Il film illumina il mondo dietro le pareti mediatiche; svela un modo di fare politica che non è servizio allo Stato, ma Stato al servizio di pochi: la politica dei sermoni, gli slogan, la Verosimiglianza, ovvero la X tattica di manipolazione oscura per offrire all’opinione pubblica un’immagine dei fatti che ha solo una remota relazione con la realtà.
Una sotterranea eminenza grigia. Pochissime ombre decidono le sorti del Paese. Forse al di là della cornetta la voce è quella di un grande fratello transnazionale.
Oggi, rispetto agli anni Settanta, cambia la forma ma la sostanza è la stessa.

Bene! È a questo punto che si consumano una serie di delitti. E nel clima di degenerata depravazione, per lo spettatore è quasi un sollievo.
I cadaveri eccellenti verranno ritrovati in fantasiose e quanto mai (in)opportune pose.Gli omicidi sembrano immotivati e il mandante non verrà mai scoperto.
Come in 10 piccoli indiani di Agatha Christie o La lettera rubata di Edgar Allan Poe la verità è ovvia, ben nascosta, proprio perché sotto gli occhi – e sugli schermi, si direbbe oggi – di tutti.

Gela il sangue, e svela ciò che nessuno è disposto a credere, la conversazione – in cui don Gaetano paragona la Chiesa alla zattera di Medusa – che il regista volle mantenere solo sulla carta.
Quanti se ne sono salvati?
Forse troppi.
E cosa hanno fatto per salvarsi?
A don Gaetano non interessa. Ogni mezzo è lecito per cercare la volontà divina, la vittoria appunto.
Una vittoria, todo modo, che tutto giustifica.
Se il nemico è il male, allora qualsiasi mezzo usato per contrastarlo è ipso facto buono, ci ricorda James Hillman nel libro Un terribile amore per la guerra.
M.: «Preferisco perire subito nel naufragio».
Don Gaetano: «Ma no… lei sta nuotando per raggiungere la zattera, perché il naufragio è già stato. Non se n’è accorto?»

L’anatema sorge spontaneo:
Piangete, siete morti senza saperlo.

Fonti:
Leonardo Sciascia, Todo modo, Einaudi, 1974 (Adelphi, 1995).
“Todo Modo” (1976) di Elio Petri.
Gianluca Magi, Goebbels. 11 Tattiche di manipolazione oscura, Piano B, 2021.
James Hillman, Un terribile amore per la guerra, Adelphi, 2004.

Fissazioni


Una moglie molto gelosa si mise in testa che il marito la tradisse con un’altra.
Così pensò di cercare indizi della sua colpevolezza.
«Quando sarà rientrato guarderò subito sulla sua giacca. Sono sicura che vi troverò dei capelli di donna.» Questo si ripeteva, impaziente.
Non appena il marito fu tornato a casa, la donna gli balzò addosso e cominciò la sua ricerca.
Ma per quanto frugasse accuratamente non riusciva a trovare nessun capello.
Così sbraitò: «Dimmi subito chi è questa donna pelata con cui mi tradisci!!»

– tratto da: Gianluca Magi, 101 burle spirituali, Presentazione di Alejandro Jodorowsky, Sperling & Kupfer 2020.

Whatever it takes. Se il costo fosse la vita umana.


«La crescita del ruolo della finanziarizzazione dell’economia è strettamente collegata al processo di innovazione finanziaria avvenuto a partire dagli anni 1980. Tale processo, sospinto dalla deregolamentazione e tradottosi nella creazione e nella diffusione in un mondo sempre più globalizzato di strumenti finanziari oltremodo strutturati e complessi, se in un primo momento può avere favorito lo sviluppo dell’economia, ha poi incoraggiato anche comportamenti incauti, gestioni prive di sani criteri prudenziali e speculazioni spregiudicate; ciò a danno della stabilità dell’intero settore finanziario e, per effetto contagio, di tutto il sistema economico».
Questa la definizione di “finanziarizzazione” di Laura Ziani per il Dizionario di Economia e Finanza (Treccani, 2012).

Whatever it takes” significa “ad ogni costo” ed è stato pronunciato da Mario Draghi alla Global Investment Conference a Londra il 26 luglio 2012.
Questa espressione, già ripresa come uno slogan, suggerisce un’iperbole su ciò che evoca nel 2021 e su ciò che forse piacerebbe molto al Marchese De Sade.
Se fossimo in una guerra fredda che ha sostituito al nucleare le bolle – speculative – finanziare ed una battaglia vaccinale fosse in atto, vedremmo i divieti fin’ora conosciuti violati in conformità ad una regola che il corpo sociale ha stabilito più o meno esattamente.«Ché senza un cemento di sangue (dev’essere umano, dev’essere innocente) nessun muro secolare potrà mai ergersi saldamente in piedi», per dirla con un verso di “Vespri” di W.H. Auden.
Se il lungo elenco di limitazioni e regole ci in/trattenesse socialmente e politicamente, la paura dei virus, il cercar di sopravvivere con un’appagante corsa sfrenata all’innovazione eterodiretta, fossero le caratteristiche di un neo-lager diffuso e non più concentrato, un’offerta di peccato, a cosa volgerei lo sguardo?

Ad un’osservazione ravvicinata del rapporto tra divieto e desiderio. Un’osservazione del punto più intimo della trasgressione. Chissà non conduca a scorgere la matrice sadica di una guerra finanziaria.
Il divieto che crea il desiderio, il gusto di travalicare i limiti collegato alla ferocia è, in questo scenario, precluso per la massa perché incluso esclusivamente nel meccanismo stesso del raggiungimento della posta finanziaria in gioco. La trasgressione si allontana dagli impulsi umani che la esigevano. Il genere umano è in un vicolo cieco.Allorquando la crudeltà cessa di essere un rito fine a stesso, come nel teatro delle guerre di un remoto passato, ed è strumento di un risultato finanziario speculativo auspicato diventa una forma di sadismo organizzato: ecco l’ebbrezza di sfuggire risolutamente ai limiti e al potere del divieto di usare crudeltà.

Lascerebbe di stucco Proust che osservava: «La cattiveria non ha probabilmente nell’animo del malvagio la pura e voluttuosa crudeltà che ci fa tanto male immaginare. L’odio la ispira, movimento che nulla ha di gioioso. Ci vuole il sadismo per estrarne piacere». (“Du côté de Guermantes”, I, 156).
Sogghignerebbe il Marchese De Sade, precursore del totalitarismo, nel riconoscere il modello di sadismo quasi puro, sì tanto raro, di una guerra così orchestrata. Mentre lo slogan riecheggia con il suo linguaggio ipnotico, il male resta banale nonostante i tecnicismi.
In Goebbels. 11 Tattiche di Manipolazione oscura, di Gianluca Magi: il Principio tattico Orchestrazione costruisce la struttura del potere, degli interessi e degli scopi, in modo che la gente si adatti credendo di conoscerle realmente. Quell’amor intellectualis diaboli, affatto geniale, che è il piacere di colpire la civiltà con le sue stesse mani: la costruzione del consenso ottenuto attraverso il conformismo disattento perché immaginare che le apparenze nascondano qualcos’altro ci spaventerebbe.

Fonti:
“Verbatim delle osservazioni di Draghi il 26 luglio a Londra”, BCE, 2012: https://bit.ly/3vaohXO
Dizionario di economia e finanza, Treccani, 2012.
Gianluca Magi, Goebbels. 11 Tattiche di manipolazione oscura, Piano B, 2021.
Elémire Zolla, “Sul sadismo“, in: Marchese de Sade, Strenne Filosofiche, La Vita Felice, 2014.
Georges Bataille, L’erotismo, ES, 2013.
René Girard, Miti d’origine, Feltrinelli, 2016.

Simone Weil. No alla forma che finisce per essere la sostanza.


In un periodo storico in cui gli spazi mediatici e culturali sono dominati da argomenti e argomentazioni fantoccio, da fumosi casus belli per cavalcare antagonismi artificiosi e rinnovate divisioni tra le persone, salutare è volgere l’ascolto a chi tenta in modo reale di ristabilire nelle anime il senso di verità e giustizia, il forte senso di fratellanza. Senza pigrizia mentale e posizioni prese “per partito”.
Questo salutare spazio d’ascolto – antidogmatico, refrattario al pensiero unico e fuori da ogni fabbrica di ipocrisia e soggezione – ce lo offre una prodigiosa donna francese. Singolare scrittrice, filosofa e mistica: Simone Weil. Un vero talismano che protegge chiunque è costretto ad attraversare l’immenso ammasso di menzogne che circonda la parola «società».

Simone Weil nasce a Parigi il 3 febbraio 1909. Insegna filosofia e greco al Lycée de Jeunes Filles di Roanne, ma presto decide di sperimentare in prima persona le condizioni lavorative disumane della classe operaia facendosi assumere alla Renault. Nel 1936 si arruolerà nelle milizie anarchiche per prendere parte alla Guerra civile spagnola. Un anno più tardi vivrà la svolta mistica che segnerà i suoi ultimi tragici anni di vita. La sua breve e intensa vita s’interrompe a 34 anni, rapita dalla tubercolosi aggravata dalle privazioni che si era imposta.
Tutte le sue opere verranno pubblicate postume, per forte volere di Albert Camus e di André Breton.

Gli ultimi intensi brevi saggi, di carattere politico e filosofico, Simone Weil li scrive a Londra, pochi mesi prima di morire, il 24 agosto 1943, mentre era impegnata nelle file di France Libre, l’organizzazione clandestina della resistenza francese che faceva capo a Charles de Gaulle.
Questi saggi sono sono raccolti in un piccolo denso libro dal titolo: Contro i partiti. Solo ciò che è giusto è legittimo, Piano B, Prato 2017.

Il primo scritto della raccolta, “Nota sull’abolizione dei partiti politici”, è un lucido, radicale e quanto mai attuale manifesto per rimediare all’infermità di pensiero prodotta dai partiti politici nel gestire e governare la democrazia. Simone Weil vede i partiti come macchine che lavorano innanzitutto per sé, per creare consenso e suscitare passioni collettive: i partiti non pensano, aspirano solo al loro stesso potere.
Attenzione! La profondità di azione e il movimento di pensiero proposti dalla cristallina virtù argomentativa di Simone Weil, sono quanto di più lontano da ogni sospetto di quel populismo e qualunquismo che inquinano la discussione politica odierna. Weil ha autenticamente a cuore i bisogni vitali ed essenziali dell’essere umano e li descrive nel secondo scritto “I bisogni dell’anima”: questi elementi essenziali per una vita che possa definirsi pienamente umana dovrebbero essere la preoccupazione prima di ogni governo e l’obiettivo di ogni suo piano d’azione.

Gli altri due scritti raccolti – “Lottiamo per la giustizia?” e “Idee essenziali per una nuova costituzione” – proseguono la testimonianza dello stesso impegno della scrittrice francese nell’immaginare una nuova forma di democrazia, più alta e più capace di rispondere ai bisogni essenziali dell’anima. Qui la sottigliezza del suo ragionamento è compenetrata dall’illuminazione di un misticismo e di un atteggiamento interiore che superano i limiti ristretti dell’individualità per cogliere un ordine superiore a quello della ragione umana, indescrivibile ma evidente.

Dalla sorgente dei suoi innumerevoli studi, emerge quell’identico pensiero espresso dai pitagorici, Eraclito, Platone, nel mondo taoista come in quello dei grandi mistici cristiani, nelle Upaniṣad e nella Bhagavad Gītā (che ella cominciò a leggere nell’originale, dopo essere stata iniziata allo studio del sanscrito da René Daumal agli inizi del 1941): la verità, il più sacro dei bisogni dell’anima. Bisogno di verità a cui Simone Weil consacrò la sua esistenza. Con rigore, onestà intellettuale e integrità interiore. Per ristabilire nelle anime il senso di giustizia, fratellanza e una forma più alta di democrazia. Affinché la forma non finisca per essere la vera sostanza.
Solo ciò che è giusto è legittimo.

Simone Weil, Contro i partiti. Solo ciò che è giusto è legittimo, Piano B, Prato 2017 (euro 12).

Diventi sempre più stupidə! Te lo spiega il prof. Flynn.


Nel 1987, James Robert Flynn, professore emerito di Studi politici all’Università di Otago in Nuova Zelanda, mise a confronto i risultati di alcuni test sull’intelligenza effettuati su un campione di bambini nel 1972, con altri del 1947. Dal raffronto ricavò che nello scarto generazionale di venticinque anni tra un test e l’altro, il quoziente intellettivo (QI) dei ragazzi esaminati era aumentato di 8 punti.Scrisse a 165 studiosi di tutto il mondo per trovare riscontro alla sua scoperta per cui nelle nazioni sviluppate il QI aumenta da una generazione all’altra in misura variabile tra i 5 e i 25 punti. Questo fenomeno ha ricevuto il nome di «Effetto Flynn».

L’euforia per questa crescita si smorzò nel 2004, allorché sulla base di alcune ricerche empiriche dell’Università di Oslo si prese atto che nella generazione tra il 1970 e il 1993 l’«Effetto Flynn» diminuì. Questo rallentamento ha trovato negli anni ulteriori conferme, sino alla tragica scoperta: il trend si è invertito e da un anno all’altro il QI diminuisce mediamente dello 0,25-0,50. Questo fenomeno di rovesciamento ha preso il nome di «Effetto Flynn rovesciato». Un modo cortese per dire che stiamo diventando progressivamente più stupidi.

L’odierna febbrile applicazione del Principio tattico di “Continuo rinnovamento” può essere una delle spiegazioni dell’«Effetto Flynn rovesciato».
Il permanente ingozzamento d’informazioni che satura il cervello nell’epoca di internet è una verità sin troppo evidente. La febbre, la tensione, l’instabilità, la liquidazione sono le condizioni più favorevoli allo stato mentale del mercato e al bisogno sempre pressante di una rapida rotazione. Naturalmente queste sono le condizioni dell’obsolescenza programmata, che sono promosse, coscientemente o meno, da ogni agenzia commerciale di produzione, pubblicità e intrattenimento.

La caratteristica della comunicazione sui social media è legata agli appetiti del mercato: accattivare un sempre maggior numero di internauti in un processo ininterrotto, a sviluppo tropicale, che fornisce informazioni costanti. Un flusso inarrestabile in un ambiente effimero come il Web 2.0: ma qui apriremmo ulteriori piste d’indagine…

Conoscere è difendersi.

rielaborazione tratta da Gianluca Magi, Goebbels. 11 tattiche di manipolazione oscura, Prefazione di Jean-Paul Fitoussi, Piano B, gennaio 2021.
< Il libro prima censurato e ora silenziato dai media mainstream >

Il Gioco dell’Eroe? È un’eutopia.


La parola «gioco» si può fraintendere. Ed alcuni l’hanno fraintesa.
Ma non va dimenticato che i giochi, da quelli dell’infanzia a quelli degli adulti, hanno sempre un fondamento serio e non solo quando contengono un nucleo esoterico: sono, in particolare, tecniche di addestramento di facoltà e attitudini – in genere sonnecchianti, non atrofizzate o morte – necessarie nella vita. Quantomeno alla vita degna di questo nome.
Quello del GdE è il gioco di gruppo di Giocatori che si sentono elaboratori e depositari di una visione del mondo, ma sentono anche farsi il vuoto sotto i loro piedi, tra scricchiolii di terremoto della società.

Il molo d’attracco è l’immagine di una piccola società ideale. Una <eutopia>, non un’utopia. Cioè un “luogo giusto” che è costruito tutti insieme e in cui ci si incontra tutti insieme.In questo modo e per questa ragione, meditai e sviluppai il GdE per quasi un ventennio. Per farlo atterrare, abbandonai l’insegnamento universitario. Scelta necessaria, che certo non rimpiango. Misi così in campo il GdE più o meno una dozzina di anni fa: con imprevedibili voli e con scese in picchiata, per le regole assegnate a questo tipo di Gioco esistenziale che nasconde segreti.

Il Gioco esce da se stesso, si definisce attraverso i suoi Giocatori, e a sua volta è il Gioco che serve da definizione o emblema per la società dei suoi Giocatori presenti e futuri, per l’insieme delle persone che parteciperanno al Gioco, che si riconosceranno in esso e attraverso di esso.

* Questa breve lettera risponde pubblicamente a tre domande in privato giunte durante queste ultime settimane.

Gianluca Magi, Gioco dell’Eroe. La porta dell’Immaginazione, Presentazione di Franco Battiato, + traccia audio, Edizioni Il Punto d’Incontro.

L’era dalla panicocrazia. È cominciata.


«Stiamo entrando in un’era delle pandemie. Se si guarda a quanto è accaduto negli ultimi anni, con Hiv, Ebola, Mers e Sars, quelle erano epidemie che potevano essere contenute ma non possiamo pensare che sia tutto finito una volta superato il Covid-19. Il rischio resta». Così ha dichiarato recentemente Ursula von der Leyen, presidente della Commissione europea sull’autorevole Financial Times.
In realtà le pandemie e i virus letali – come la Spagnola (1918-1920) con 50 milioni di vittime, l’Asiatica (1957-1960) con oltre due milioni di morti, la pandemia di Hong Kong del 1968 (tra 1-4 milioni di vittime), l’HIV, virus non ancor scomparso, con 25 milioni di morti, con l’Ebola (il calcolo dei morti fino al 2016 si aggira intorno agli 11 mila) – hanno sempre accompagnato la precaria esistenza umana. Ma senza sconvolgerla come ora, da più di un anno a questa parte.

«Superato il Covid-19 il rischio resta».
Qual è la ragione di questa uscita della tedesca von der Leyen?
Forse per giustificare l’implementazione della ricerca UE?
No. Bensì per seminare il panico con l’incubo virale che si protrarrà per generazioni.
Ma qual è ragione di questa politica ansiogena e oppressiva?
Perché se fino ad un anno fa le varie pandemie che ci sono state non ci avevano stravolto la vita, ora quelle future dovrebbero essere così rovinose da piombarci per sempre in casa e costringerci a mascherarci?
Perché von der Leyen, come una novella Nostradamus, predice apocalissi a tempo indeterminato?
Che la situazione non quadri è ormai evidente a (quasi) tutti.

Come anticipavo alcuni mesi fa in questo video è la tattica della forza attraverso la paura: l’VIII principio tattico, trattato nel mio nuovo libro Goebbels. 11 tattiche di manipolazione oscura (Piano B, 198 pagine, 15 euro).
La panicocrazia è dunque il nuovo scenario che ci aspetta: domina chi è capace di terrorizzare le masse. Il virus del panico sarà la vera pandemia del futuro: un virus assai più contagioso del Covid perché si trasmette con immagini e parole: le sue vittime sono persone semplici e colte, giovani e anziani.

Chi è nel panico non ragiona. Lo sapeva bene Goebbels, il diabolico ministro della Propaganda nazista, che confezionava idee e azioni su misura per i mass media per ingigantire i fatti in modo da farli apparire come la prova di minaccia da cui dipendeva la sopravvivenza e la stabilità della società, dell’economia, della salute pubblica. È l’obiettivo dell’VIII Principio tattico, “Esagerazione calcolata e travisamento”. Uno degli esempi di tattica politica ansiogena e oppressiva per la nuova strategia di guerra psicologica fu la “sezione Nostradamus”, istituita da Goebbels nel novembre 1939 all’interno del suo ministero, per profetizzare lutti, distruzioni e apocalissi, per «magnificare la vittoria all’interno e creare panico e confusione all’estero». Con grande soddisfazione del diavolo zoppo, la tattica di manipolazione oscura funzionò (ne parlo a pag. 51 del libro, per poi sviscerarlo da pag. 147).

È l’invisibile creazione di un universo paranoico per agire sui recessi profondi dello spirito dell’individuo, per programmarne le azioni e indirizzarne i comportamenti. La pressione che instilla paura nelle persone è il modo più facile per dominare, poiché spinge ad accettare ogni soluzione. Eliminare ogni bastione su cui l’uomo possa sentirsi inattaccabile, e dunque libero dalla paura. Diffondere il bisogno di certezze, di consolazione, di guida e di obbedienza. Questi sono gli effetti dell’applicazione del Principio tattico VIII, la cui regola psicologica è: per suscitare partecipazione e adesione si deve associare un fatto a episodi storici radicati nella memoria collettiva, come stragi, olocausti, orrori; il forte bisogno emotivo generato paralizzerà la volontà delle persone, distruggerà la loro capacità di pianificazione e di collaborazione, inducendo ad aderire allo scopo economico, sociale o politico proposto.

La von der Leyen e non solo lei l’hanno capito bene e quindi, per soffocare sul nascere l’improvvido anelito di speranza iniettato nei cuori della gente insieme ai vaccini, spengono ora la speranza con l’avvertimento che le pandemie seguono un moto perpetuo. Perpetuo come il moto del pendolo che oscilla tra collettiva ansia e speranza; speranza e ansia. Un moto perpetuo tra il tranquillizzare e il minacciare; minacciare e tranquillizzare. Ciclicamente. Ininterrottamente. Ipnoticamente.

Un antico proverbio arabo recita:
«La vittoria si ottiene non contando quanti ne hai uccisi, ma quanti ne hai spaventati».

Gianluca Magi, Goebbels. 11 tattiche di manipolazione oscura, Prefazione di Jean-Paul Fitoussi, Piano B, gennaio 2021.
< Il libro prima censurato e ora silenziato dai media mainstream >

ə “schwa” o * “asterisco”


Nel dibattito in corso da qualche tempo su come rendere l’italiano una lingua più inclusiva e meno legata al predominio del genere maschile, una delle soluzioni più citate riguarda l’utilizzo del simbolo ə, chiamato “schwa”, oppure l’utilizzo dell’asterisco*” al posto della desinenza maschile per definire un gruppo misto di persone, come attualmente s’insegna a scuola.
Sembra una burla, ma vi assicuro che è vero.

Con lo “ə” o lo “*” c’è chi pensa davvero di combattere le discriminazioni e le disuguaglianze. Ma – come ricorda lo scrittore e psicoterapeuta Tahar ben Jelloun – trasformare le differenze in disuguaglianze si chiama razzismo.
Ci domandiamo dunque: queste nuove crociate propagandistiche della neolingua sono spinte da un reale desiderio di eliminare discriminazioni?
Oppure sono spinte da altri problemi personali di fondo che si mascherano dietro questa neo-moralità per diventare forme di quello che alcuni definiscono “nazi-buonismo”, cioè razzismo con la maschera di buonismo?
Scavando un po’ dietro le belle apparenze, scopri davvero che i crociati della neolingua e della cancel culture hanno realmente a cuore l’evoluzione sociale e civica?
Oppure sono incattiviti da qualcos’altro e si corazzano con questa patina di neo-moralità?

Sono domande che affiorano per moto spontaneo alla mente, perché si parla tanto di non odiare e di non esprimere verbalmente odio per poi scoprire che se non la pensi in un certo modo si diventa l’oggetto di “shitstorm”: ecco così fioccare appellativi come “boomer”, “retrogradi”, “sepolcri imbiancati” e via dicendo. Per menzionare gli appellativi più cortesi e garbati.

Il rischio di esprimere la propria posizione – in questo periodo storico in cui si tace per paura di trovarsi contro gli indici accusatori dei Savonarola di turno – è che qualche scalmanato o qualcuno in malafede cominci a sbraitarti addosso: «Sessista!», «Razzista!», «Discriminatore!» o epiteti consimili.
Una delle strategie di distrazione di massa a cui abboccare?

Siet* proprio sicur* che cambiare la nostra lingua in questo modo sia la via più efficace per combattere le discriminazioni? Le disuguaglianze? Le discriminazioni?
Il grande antropologo Gregory Bateson una volta ha detto:
“La saggezza è saper stare con la differenza senza voler eliminare la differenza”.
“Solo se riusciremo a vedere l’universo come un tutt’uno in cui ogni parte riflette la totalità e in cui la grande bellezza sta nella sua diversità, cominceremo a capire chi siamo e dove stiamo”: lo ha scritto Tiziano Terzani.

Vi saluto con questo rapido aneddoto che ha come protagonista Albert Einstein.
Un giorno, alla domanda del passaporto, Einstein risponde: «Razza umana».
Einstein ignora forse le differenze? No. Le inserisce in un orizzonte più ampio, che le include e le supera.
Questo è il panorama da aprire: sia per chi fa della differenza una discriminazione o una disuguaglianza; sia per chi, per evitare una discriminazione, nega la differenza.

Gianluca Magi, Goebbels. 11 tattiche di manipolazione oscura, Prefazione di Jean-Paul Fitoussi, Piano B, gennaio 2021.
< Il libro prima censurato e ora silenziato dai media mainstream >


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