Archivio per marzo 2021



Lo squarcio del cielo di carta


«La guerra è pace, la libertà è schiavitù, l’ignoranza è forza»: gli apodittici proclami del Ministero della Verità orwelliano, che si configurano come matrici di un modello di “bipensiero”(1), si radicano senza sforzo nelle menti dei personaggi del romanzo, i cui bias cognitivi si moltiplicano come buchi nella groviera.
Nel 2020, settantadue anni dopo la pubblicazione del romanzo ambientato in un tempo risalente a trentasei anni prima dello stesso 2020, i moniti di 1984 vanno soltanto aggiornati e declinati secondo la chiave del paradigma sanitario, tanto potente da tenere in ostaggio, al tempo stesso: libertà costituzionali e diritti naturali dell’uomo; funzioni biologiche vitali come l’atto della respirazione e bisogni affettivi e relazionali come effusioni e dialoghi; capacità di svolgere semplici ragionamenti deduttivi e di osservare criticamente i dati e la realtà.

Avviene infatti nel 2020 che, riesumata e diffusa la nozione di paziente asintomatico altrimenti detto sano – e comunque non affetto da patimento e dolore, come invece l’etimologia del lemma paziente indicherebbe – la “salute è malattia” nel conteggio dei “casi”; conseguentemente, gli organi deputati alla diffusione delle notizie si fanno amplificatori di questo postulato, fantasiosamente antitetico alle galileiane sensate esperienze e matematiche dimostrazioni a fondamento della scienza moderna e, devotamente ascoltati da una cittadinanza fattasi definitivamente pubblico di spettatori, ci dimostrano che “la menzogna è verità“.
Il terzo monito, a questo punto, si realizza senza sforzo: sequestrate le funzioni raziocinanti della mente e le inclinazioni intuitive e umanamente disponibili del cuore, gli spettatori-cittadini sono ormai persuasi che isolamento sociale, abluzioni in liquidi igienizzanti e inibizione della parola e del respiro ci salveranno dalla catastrofe; soppresse le elementari nozioni di biologia molecolare e di virologia, sostituiti nella propaganda a reti unificate i pareri di medici pluripremiati e stimati con le comparsate sparse ma onnipresenti di zanzarologi, di profeti di sventure e disgrazie variamente annunciate e addobbate, di testimoni di miracolose guarigioni anche da stati di salute pregressi, non resta spazio per il torbido dubbio del cospirazionista né per il candido interrogativo del filosofo, perché soltanto chi accetta e si adegua all’autoproclamatasi verità ha speranza di salvarsi, mentre chi si sottrae alla narrazione dominante si profila presto come potenziale untore (con buona pace di Alessandro Manzoni e dei suoi decenni spesi a scrivere I promessi sposi e La storia della colonna infame): per questi motivi, allora, “la paura è salvezza” e soltanto “l’obbedienza è civiltà”.

Eppure i segnali ci sono e, anzi, abbondano: gli stacchi di montaggio che aprono squarci nella percezione delle cose si mostrano a velocità accelerate, sebbene si susseguano di pari passo con il ciclo continuo di informazioni bombardate da ogni canale disponibile.Per esempio, e in ordine sparso: se da un lato viene compressa la libertà di spostarsi e di circolare liberamente, è altresì permesso farlo per ragioni dettate da necessità; ancora, cosa pensare di quel servizio televisivo in cui il paziente ospedalizzato è circondato da medici e infermieri integralmente isolati da tute e dispositivi di protezione, ma il suo vicino di letto gigioneggia per il suo minuto di celebrità, sorridendo di gusto alla telecamere a volto e braccia scoperte?

Se per alcuni liberi pensatori lo stato pandemico del globo sembra perciò configurarsi come realizzazione nella materia, nello spazio e nel tempo del progetto svelatoci da George Orwell, è allora forse probabile che di questo progetto sia la sua stessa realizzazione a rappresentarne l’ultimo atto, il tratto finale di una parabola avviata un secolo fa e che oggi acquisisce una straordinaria e inedita concretezza, ma che, esattamente per via di questo suo farsi realtà, mostra tutti i suoi tratti interrotti, i lembi che non collimano, gli errori.

In effetti, l’immagine di un allestimento perfettamente orchestrato ma plausibilmente “sbilenco” evoca Luigi Pirandello, secondo il quale la finzione della messinscena precipita e si dissolve grazie a quel buco nel cielo di carta nel teatrino delle marionette che Anselmo Paleari annuncia a Mattia Pascal, concludendo che «Tutta la differenza fra la tragedia antica e moderna consiste in ciò: in un buco nel cielo di carta» (2); allora proseguendo sulla strada aperta da Pirandello: forse la differenza fra la tragedia moderna e quella contemporanea risiede nella incapacità degli uomini-spettatori di scorgere quegli squarci nel cielo di cartapesta della narrazione mediatica e nell’infondere – tramite questa stessa incapacità di vedere – una realtà ontologicamente concreta a quella mitopoiesi, ingegneristicamente orchestrata dalle tattiche di manipolazione della massa e del consenso (3). Perché l’infaticabile corsa a proteggersi dettata dal timor panico e dall’ascolto devoto di dati e notizie per aggiornare la mappa dei variopinti divieti e permessi non contempla la possibilità della sosta: l’immagine ricorda la storia del contadino che, pur consapevole che il secchio con il quale voleva innaffiare il suo campo era un colabrodo, nondimeno correva forsennatamente per pompare acqua dal pozzo anziché fermarsi per riparare il suo recipiente (4).

Tuttavia, forse è soltanto ascoltando i segnali percepiti dalle dissonanze cognitive – di impatto lieve o tragico che siano, seguendo la via che essi ci indicano e trovando la volontà di sottrarre se stessi all’errabondo pellegrinaggio da una “fonte” all’altra – che si può mettere a fuoco quel buco nel cielo di carta, avvicinarvisi e realizzare che tutto il cielo altro non è che una bugia di cartapesta, come un titanico Truman volle mostrarci nella stupenda sequenza finale del celebre lungometraggio (5).
Parallelamente, seppure per altre vie, la ricomposizione della verità frammentata lungo i solchi delle dissonanti sentenze orwelliane può trovare accoglienza nel ritorno alla tautologia, nella profonda coscienza che l’essere è ciò che è, e non altro: la verità è la verità, la vita è la vita, la libertà è la libertà…


Note bibliografiche al testo:
(1) George Orwell, 1984 (1949).
(2) Luigi Pirandello, Il fu Mattia Pascal, 1904.
(3) Gianluca Magi, Goebbels. 11 tattiche di manipolazione oscura, Prefazione di Jean-Paul Fitoussi, Piano B, 2021
» Libro prima censurato e poi silenziato dai media mainstream «
(4) Gianluca Magi, “Gli effetti delle convinzioni”, ne: Il tesoro nascosto, Sperling&Kupfer, 2017.
(5) “The Truman show”, regia di Peter Weir (1998).

Happy Birthday, Peter Brook.


Ben prima delle mode multiculturali degli anni 80, uno spirito libero da dogmi ci faceva respirare a pieni polmoni. Quello spirito libero si chiama Peter Brook. E oggi compie la bellezza di 96 anni!
Questa libertà di spirito non soffocata dalle continue tiritere moralistiche oggi sempre più politicamente corrette, Peter Brook ce la fa respirare con la regia del film “Il Signore delle Mosche”. Pellicola del 1963 tratta dal romanzo omonimo di William Golding del 1954. Romanzo che l’American Library Association ha classificato all’8° posto dei libri più contestati nella cultura americana e al 68° dei libri più contestati di tutti i tempi.
Questa contestazione – immaginiamo – per la ragione per cui si censura: si silenziano e osteggiano le opere che svelano la reale natura umana e le dinamiche del potere. La conoscenza rende liberi – si sa – e questo per qualcuno è ben più di una mosca al naso.
Il romanzo di Golding fu rifiutato da ventuno editori, per poi vedere finalmente la luce per Faber. Al riguardo il critico letterario John Carey sentenziò: «L’editore Faber ha pubblicato uno sgradevole romanzo su ragazzini che agiscono in modo impensabile su un’isola deserta». Carey ignorava che “Il Signore delle Mosche” è: «The darkness of man’s heart»?
Comunque, nel 1983 William Golding fu insignito del premio Nobel per la letteratura, con questa motivazione: «Per la sua capacità di illuminare con efficacia la condizione umana nel mondo odierno, grazie ad una chiarezza narrativa realistica e all’universalità del mito».

Con queste premesse ci addentriamo in punta di piedi nel film di Brook tralasciando, per ragioni di spazio, numerose letture possibili. Lasciamoci accompagnare dai giochi di luce e ombra, dai movimenti di camera. Per entrare in quel sogno lucido che è un certo tipo di cinema.
Inciso. “Il Signore delle mosche” è tra i cinque film consigliati da Gianluca Magi come approfondimento cinematografico della VIII tattica di manipolazione oscura, Esagerazione calcolata e travisamento: la vittoria non si ottiene contando quanti ne hai uccisi, ma quanti ne hai spaventati.
La paura, infatti, fa da padrone in questo film.

Prima scena: un aereo carico di ragazzini, nel mettersi in salvo da quello che sembra un conflitto nucleare, precipita su un’isola sperduta del Pacifico. Gli adolescenti, per sopravvivere, si dividono in squadre, su suggerimento di Jack e Piggy (nella versione italiana è Bombolo, maledetti!), gli unici equipaggiati di una meravigliosa capacità di osservazione e di sane immagini adulte di riferimento. Su di loro si abbatterà presto la diabolé – la maldicenza che semina discordia – della squadra di ragazzini capeggiata da Jack, futuro capo carismatico dei selvaggi. Jack si chiede come faranno a sopravvivere senza adulti; sottendendo così ad un modello di società gerarchica dove gli adulti – eterni adolescenti – sono solo gregari. Atteggiamento mentale oggi molto in voga nella società bambinizzata – già messo in luce dallo psicoanalista Wilfred Bion nella funzione disturbata di Rêverie
Atteggiamento mentale per il quale la maggioranza si accontenta di essere seguace di scialbi insegnamenti e ideologie colabrodo svendute agli angoli della strada.
Non è un caso che Jack avrà come unico obiettivo la caccia, intesa come ricerca di cibo e atto simbolico per fugare la paura della morte.
La filosofa Simone Weil ricorda che, quando il sovrannaturale entra in un essere che non ha sufficiente amore per riceverlo, diventa un male.

Va da sé che il sole cali sui giovani naufraghi per lasciare posto alle tenebre, all’intolleranza, alla violenza, alla prevaricazione. La negazione della natura interiore del disagio, nella situazione di emergenza sull’isola, porta rapidamente alla creazione di un idolo esterno, signore e padrone, in nome del quale si spegnerà lentamente il fuoco della ragione. La creazione del Dio terribile – il titolo “Signore delle Mosche” allude a Satana – è offerto da un travisato racconto del piccolo Percival che ha per protagonista la Bestia che striscia fuori dal mare: simbolo della frattura nelle condizioni di convivenza.
Il passo è breve per trasformare la convivenza in un universo paranoico denso di crudeltà, del bisogno ossessivo di un “nemico” che giustifichi le azioni di attacco e fuga, che annulli il senso di colpa, individuale e collettivo.
Nel gruppo di ragazzini l’illusione condivisa diviene così la realtà, la logica e i valori sono depressi. Se ne accorgerà il contemplativo Simon, una delle vittime di questo delirio che porta l’isola al tragico epilogo.

Peter Brook, in una breve intervista del 2020 – con uno sguardo azzurro ipnotico come il suo teatro che «mette la vita allo specchio», direbbe Shakespeare – ci parla del futuro e della sua preoccupazione per la dilagante violenza. La sua domanda è: sopravviveranno gli uomini e le istituzioni di fronte a tale violenza distruttiva?
Una domanda che non nasconde l’urgenza e che nulla ha a che fare con i cliché.
Ve ne accorgete calandovi nella natura de “Il Signore delle Mosche” con il coro di ragazzini.

Si può ipotizzare, come fece Wilfred Bion, l’emergere di gruppi senza leader in cui il conflitto individuo-società possa essere rivelato e risolto nel lavoro del gruppo?

Forse troverete le vostre risposte. Di sicuro vi farete molte domande.
Ma attenzione: «A una domanda grossolana si può solo rispondere in modo rozzo».
Comincerete a guardarvi intorno e ad accorgervi che l’essere umano ha il bisogno ancestrale di riunirsi, di celebrare riti, che lo stesso fuoco che ci scalda può distruggere ogni cosa. Vi mostrerà i meccanismi crudeli che stanno alla base delle istituzioni umane.
Quindi occorre essere guardinghi. In questo periodo ricco di aggressività anale, i prossimi a finire sullo spiedo potreste essere voi.

A proposito. Ho scoperto recentemente, con sommo piacere, che quel leccatore seriale che è Luca Guadagnino (Nomen Omen) ha rinunciato a fare il remake del “Signore delle Mosche” tutto al femminile. Ipotizzo un finale in cui a salvarli giunge un missionario e tutti se ne vanno cantando «finché la barca va, tu non remare…».
Certamente più efficace del «Ludovico Van» di kubrickiana memoria.

Fonti:
“William Golding, “Lord of the Flies”, Faber, 1954.
“Il signore delle mosche”, regia di Peter Brook, 1963.
Peter Brook, “Intervista”, Napoli teatro festival Italia, 2020.
Peter Brook, “Lo spazio vuoto”, Bulzoni, 1998.
Wilfred Bion, “Esperienze nei gruppi ed altri saggi”, Armando, 1971.
Gianluca Magi, “Goebbels. 11 Tattiche di manipolazione oscura”, Piano B, 2021
»» Libro prima censurato e poi silenziato dai media nazionali mainstream ««

Purificazione, morte e rinascita


Può succedere che, mentre ti chini su uno specchio d’acqua, tu non veda più la tua immagine, ma un vortice che ruotando su se stesso scende in profondità fino a uno squarcio di luce e da lì all’improvviso, velocemente, risalga qualcosa che si fermi proprio tra le tue braccia.
Stai sorreggendo Ofelia, una dea dell’acqua, una ninfa, una bellissima fanciulla con il corpo ancora fradicio, cosparso di fiori e intensamente profumato.
Ti accorgi con stupore che hai ritrovato la tua anima e l’anima del mondo che si era perduta.

LA STORIA
È Shakespeare nella sua opera teatrale “Amleto” scritta nel 1600 a portare Ofelia alla ribalta del mondo.
Il personaggio di una donna che vive alla corte del regno di Danimarca, donna lacerata da un mondo maschile violento, spietato e corrotto, dove si intrecciano uccisioni, menzogne, tradimenti e segrete congiure, in un crescendo che si avvia sempre di più verso la tragedia.
In questa cupa atmosfera nasce però l’amore di Ofelia e Amleto, il figlio del re. I loro primi incontri sono fatti di parole e gesti delicati, i primi doni, le prime lettere, promesse e giuramenti.
Ofelia è una fanciulla di rara bellezza, devota e remissiva verso il padre e il fratello che le ordinano di troncare quell’amore per Amleto, a loro giudizio non sincero.
Ofelia obbedisce, mortificando i sentimenti e il trasporto del suo cuore.
Sincronicamente Amleto apre gli occhi sulla corruzione malvagia in cui vive, proprio nell’ambito degli affetti più cari. Si finge pazzo, costruendo segretamente una trama che svelerà ogni intrigo e condannerà ogni colpevole. È costretto dalla sua stessa finzione a contrapporsi anche a Ofelia, abbandonandola. Inoltre, nei suoi tentativi di vendetta, uccide per errore il padre di lei.
Per Ofelia è troppo, per la sua giovane età e la purezza del cuore la misura è colma, il dolore la travolge. Non può più appartenere a un ambiente che l’ha mortalmente ferita e l’unico modo è lasciarsi scivolare in un’altra dimensione pronta ad accoglierla: la follia.
Un’Ofelia diversa si aggira tra le mura del castello, con aria sospesa e sognante, stringendo tra le braccia fiori che offre a chiunque incontri attorno a sé, intrecciando ghirlande ed esprimendosi solo con versi e canti d’amore.
Finché un giorno, in prossimità di un ruscello, per adornare un salice con gemme floreali, si sporse troppo incautamente e cadde nell’acqua rimanendo distesa, quasi dolcemente addormentata, mentre foglie fiori varietà di piante e la sua bella veste la ricoprivano come per proteggerla, facendola sembrare ancora più bella.

OFELIA, IN ETERNA FIORITURA
Da quel momento, la scena diventa immagine archetipica e fonte di ispirazione in ogni epoca per pensatori, artisti e sognatori che non si stancano di ammirarla e di ritrarla, di indagarne i seducenti effetti ed il significato. Trasportandola nel mito, ne hanno celebrato l’immortalità e proiettato su di lei, in un continuo presente, la nostra anima galleggiante tra il mondo visibile e il mondo invisibile, dialogo aperto tra la vita e la morte.
Immagine ipnotica e stato d’animo primordiale, chiave d’accesso a emozioni inesplorate e inespresse che ognuno può ritrovare dentro di sé, in quello stato dell’essere sospeso nel tempo, così da poter dire: “It’s the Opheliac in me”.
Ofelia, indissolubilmente legata alla natura e alla bellezza, ce ne indica la via. Il suo desiderio è proprio la comunione con gli elementi naturali, un matrimonio mistico con l’acqua a cui si abbandona e che celebra cantando, dissolvendosi nel grembo acquatico della Grande Madre. «È l’autentica materia della morte decisamente femminile», commenta Gaston Bachelard.
Esprime una forza del femminile che specialmente oggi si ritrova estraniato da questi tempi ingannevoli e malati, tanto che la scena della morte si fa immagine simbolo della morte di tante donne uccise e seviziate. Grave mancanza dell’elemento femminile e dell’Anima nell’equilibrio del mondo e l’urgente necessità di ritrovarne il vero fondamento, per risanarlo e riportarlo nei giusti cardini.
E se continua a sussurrarci “Ricordati di me”, possiamo risponderle con i versi:
«Un giorno la mia anima si gettò nel ruscello delle ofelie. Un’Ofelia mai annegata, una gioia intatta sotto il disastro».

FONTI:
William Shakespeare, “Amleto”, 1600-1602.
Gaston Bachelard, “Psicanalisi delle acque”, 1942 (Red, 2006).
“Ophelia” di John Everett Millais, dipinto a olio su tela (1851-1852)
Emile Autumn, “Opheliac”, album musicale (2006)
Stéphane Mallarmé, “Divagations”, 1897.

L’empatia obliata


Quando programmi, misure e azioni elaborate su tavoli tecnici in cui sono le lobby a stabilire cosa è sostenibile e cosa è green, tutto ciò che è digitalizzabile, cosa e come si può fare e cosa no e la cui attuazione ha un rapporto di dipendenza dai fondi dei mercati finanziari, viene di fatto richiesto di attenersi ad un’ideologia.
Dilaga l’ideologia attraverso il contagio psichico, VI principio tattico, nel suo ripetersi in ogni ambiente, perché la propaganda per ottenere i risultati voluti funziona esattamente così come descritta dallo stesso Goebbels, il diavolo zoppo: «Nel momento in cui io afferro una verità e comincio a parlarne con qualcuno in tram, in quel momento faccio della propaganda, cioè comincio a cercare altri che, come me, abbiano compreso quella verità».

Il concetto di rete, di collaborazione, di parternariato fondato sulle visioni di un’esperienza condivisa, di “cum panis”, è stato passo dopo passo in pochi anni smaterializzato in un sistema rigidamente ideologizzato volto ad accontentare, per il tramite di un’offerta limitata, una schiera di esecutori: gli stakeholder.
Chi riceve il finanziamento, lo riceve solo in apparenza poiché al contempo, con la propria fetta di cofinanziamento e di debito, materializza ciò che è inesorabilmente destinato a smaterializzarsi. Temporaneamente materializzato, quel tanto che basta ad ideologizzare.

Non c’è una messa in scena per il pubblico. È il pubblico stesso a recitare nella messa in scena.

Lo smarrimento dell’identità del soggetto beneficiario è una vera e propria forma di coesione per la folla. Un insieme di persone ammassate in uno spazio ristretto è privato della facoltà del pensiero critico. Il contesto in cui avviene il contagio psichico, nell’inconscio collettivo, è il grande gruppo senza cervello: contesto privo di possibilità di pensiero riflessivo da parte di un individuo progressivamente così istupiditosi.

Ciò che sul piano psico-massmediologico si coniuga come adesione acritica della folla all’ideologia dei programmi e al più dogmatico politicamente corretto, corrisponde sul piano della socializzazione ad una privazione di un contesto di natura altra. Sottrae la prospettiva della trama dei rapporti e dei legami in cui l’io individuale – attore del complessivo e variegato “io faccio” – agisce nella rete delle possibilità e dei limiti segnati dall’essere un’associazione di persone.
La messinscena psico-propagandistica sottrae quindi la capacità collaborativa tra individui. Quegli stessi individui che potrebbero sorreggere una scala sulla quale salire per accedere ad un punto di vista privilegiato, quello in cui l’io faccio si coglie come nucleo di possibilità (io posso) e di impossibilità (io patisco).

Scegliendo un approccio fenomenologico di matrice husserliana – dell’Einfühlung appunto – per indagare il contagio come situazione, come dinamica psichica e come modalità di comunicazione massmediale, si evidenzia come nella comunicazione simbolica e nella rappresentazione stiamo progressivamente dimenticando il livello fondamentale: il piano all’ interno del quale si sviluppa il rapporto empatico. Esperienza sospesa tra il piano dell’immedesimazione, in cui cerchiamo di comprendere l’altro a livello di vissuto ed il piano dell’introsentirsi, cioè il cogliere il sé nel cogliere l’altro, il sentire se stessi nell’ esperienza dell’altro. 
Empatia, immedesimazione, introsentirsi. Piani presenti nel concetto di Einfühlung formulato da Edmund Husserl e poi rielaborati in modo magistrale dalla monaca e mistica Edith Stein nella sua tesi di laurea proprio con il fondatore della fenomenologia.

E sul ricordo del rapporto empatico, nostro tesoro nascosto, occorre in finale allargare il campo prospettico sedendoci su un alto ramo. Per non cadere nel narcisismo o nella narcotizazzione ideologica:
«Confusi, gli uccelli guardarono più attentamente dentro la tenda, e si accorsero di avere di fronte uno specchio gigantesco. Compresero allora che il sovrano a lungo cercato non era altro che la loro immagine riflessa»
(dal racconto di Gianluca Magi, “Il discorso degli uccelli”, in: Il tesoro nascosto, Sperling & Kupfer, 2017, p. 81).

Fonti:
Edmund Husserl, Idee per una fenomenologia pura e per una filosofia fenomenologia, Einaudi, 1965.
Samuel Beckett, Senza e Lo Spopolatore, Einaudi, 1972.
“Il prestanome” (1976) regia di Martin Ritt. 
Gianluca Magi, Goebbels.11 tattiche di manipolazione oscura, Piano B, 2021
Gianluca Magi, Il tesoro nascosto, Sperling & Kupfer, 2017
Sito ufficiale dell’UE: Piano per la ripresa dell’Europa: https://ec.europa.eu/info/strategy/recovery-plan-europe_it

Qualcuno volò sul nido del cuculo


Il cuculo è un uccello parassita: a causa della sua dieta non può nutrire i suoi pulcini, dunque depone le uova nei nidi di altri volatili che in tal modo cresceranno i suoi piccoli.

Il nido del cuculo, perciò, non esiste.

Come si fa a volare sul nido del cuculo?
Ce lo mostra il regista Milos Forman nella sua pellicola – capolavoro! – uscita in Italia a marzo di 45 anni fa.

Il pregiudicato Randle McMurphy, interpretato magistralmente da Jack Nicholson, si fa internare in una clinica psichiatrica per sfuggire ai lavori forzati. Qui si affeziona agli altri diciotto ospiti e – da perfetto anticonformista – sollecita i loro animi per evadere dalla prigionia e abbracciare la Libertà.

Ma in manicomio – in slang americano Cuckoo’s Nest – non sono concesse pazzie. Ben presto McMurphy si scontrerà con i metodi sadici del personale e in particolar modo della rigida capoinfermiera Ratched: dietro l’uniformazione ipocrita, che finge di vedere tutti allo stesso modo, si cela il carattere repressivo e carcerario dell’istituzione, il potere che emargina i diversi e le posizioni diverse. Potere che non vuole prendersi cura dell’individuo, bensì svuotarlo di tutte le sue particolarità e unicità.

Il film è una boccata di aria fresca che riaccende la scintilla di libertà insita in ognuno di noi che troppo spesso viene sopita dal Mondo-Clinica che ci ‘normalizza’ per farci funzionare come ingranaggi delle sue norme, credenze e ideologie dominanti.
L’uomo moderno è forzato ad indossare la maschera del folle poiché viene lobotomizzato da una società totalitaria che lo intrappola in una rete di nevrosi scaturite dalla repressione.

La vera tragedia è quando ci dimentichiamo di indossare una maschera e crediamo che questa sia l’unico modo di vivere la vita e non più un semplice “sistema” che ci siamo costruiti attorno: molti dei pazzi ricoverati nel film sono lì volontariamente, a parte i cronici e il prigioniero McMurphy, ma a seguito delle incalzanti domande del protagonista i ricoverati si diranno incapaci di abbandonare la prigionia.

«L’uccellino costretto per troppo tempo a restare chiuso in gabbia, non volerà più via trovando la porta aperta.
La libertà fa paura quando non si è più abituati a farne uso
».

Il sistema vorrà sbarazzarsi dell’Eroe libero che mette in dubbio le imposizioni rifiutando l’uniformazione e sommuovendo gli animi.
Il seme della Libertà, però, è ormai stato piantato. E anche quando la libertà viene repressa nel singolo, germoglierà benefica nel cuore degli altri.

Volerai sul nido del cuculo?

Fonti:

– “Qualcuno volò sul nido del cuculo”, regia di Milos Forman (1975; in Italia: 1976).

– Gianluca Magi, Gioco dell’Eroe. La porta dell’Immaginazione, Presentazione di Franco Battiato, con file audio per il download, Edizioni Il Punto d’Incontro, 2019.

– Gianluca Magi, Goebbels. 11 tattiche di manipolazione oscura, Prefazione di Jean-Paul Fitoussi, Piano B, 2021.
> Libro prima censurato e poi silenziato dai media mainstream <

Polimero e i suoi fratelli


L’astronave parcheggia in cima al palazzo, s’appoggia fragorosa e resta il ronzio.
Sono in cucina col caffè tra le mani e questo gatto insistente che aspetta il cibo.
Suonano. Ma chi caz… a quest’ora!?
Vabbè la vicina che ha sempre qualcosa che manca, arrivo!
La faccia verde con gli occhi a mandorla che mi trovo davanti mi ricorda l’ultima festa di carnevale di quand’ero piccola, con Filippo che mi sbatteva la trombetta in faccia con quel rumore sinistro e assordante. Mi fissa, entra con passo veloce e richiude la porta. Mi spinge in cucina con queste dita mollicce e fredde che si appoggiano alla mia spalla.

− Signora lei è stata selezionata grazie alla modesta quantità di adrenalina che abbiamo rilevato nelle sue emissioni. Ci dica, che caz…state combinando? Ci stavamo preparando all’invasione quando ci han riferito che altri alieni ci han battuto sul tempo. Ci racconti un attimo che succede.
Mi stropiccio gli occhi, mi vien da ridere oppure no, ci penso. Poi gli racconto che in un allevamento di maiali in Cina son passati dei pipistrelli, un virus li ha visti e dal puzzo dei maiali è voluto fuggire e si è aggrappato al pipistrello. Ci stava bene e così ha messo su famiglia finché uno lo ha catturato e se l’è mangiato a pranzo. Poi è stato male e invece di andarsene a letto a smaltire l’indigestione ha preso la metropolitana e adesso siam tutti a rischio perché i parenti di quel virus han pensato che la nuova soluzione abitativa era stata una gran ideona e si stava proprio bene. Fine.
− Azz…, mi dice Polimero (forse si chiama così l’alieno). E quindi è davvero così, ci han fregato sul tempo!
− Non lo so, dico io. Poi chiedo: Ma voi avevate soluzioni migliori? cosa volevate farci?
− Beh, pensavamo di usarvi come carburante nelle lunghe notti siderali. Quando parlate emanate un buon profumo e vi esce una bruma dalla bocca che noi apprezziamo.
Si è alzato, l’astronave lo aspetta coi motori accesi, si avvicina alla porta, si ferma.
− Ma poi ’sti allevamenti di maiali li avete ancora o non esistono più?, mi chiede.
− No, no, ci sono ancora, anzi.
Polimero fa per andare soddisfatto. Lo sento fuori che dice al collega:
− Pasqua’ l’abbiamo scampata per un soffio. Rischiavamo di beccarci il tanfo dei suini invece che Chanel n. 5. Questi mangian carne come se non ci fosse un domani. Meglio cosi Pasqua’! Ci è andata bene.

Il Go, il cavallo e il coccodrillo che ci portiamo dentro


> Intervista rilasciata da Gianluca Magi a Ionoblog: https://bit.ly/3rOPxsP
Seconda parte. Segue dall’articolo del 15 marzo.

GP: I social media, sono veri e propri “strumenti per la guerra ibrida”: la definizione non è nostra ma di un rapporto della NATO che lei cita. Può dirmi qualcosa di più in proposito?

GM: Parlai di “guerra ibrida” e “guerra asimmetrica” la prima volta nel 2003, nel libro 36 stratagemmi (ora edito da BUR), un antico testo cinese di arte della guerra che curai dal cinese classico, introdussi e commentai in chiave filosofica e psicologica. All’epoca era un concetto bellico poco compreso, incomprensione che dipendeva dalla costituzione stessa della mente occidentale. In termini strategici, infatti, noi tendiamo ingenuamente a configurare la guerra come uno schieramento frontale di falangi armate. Un po’ come accade sulla scacchiera: lo schieramento bianco fronteggia per traiettorie lineari quello nero (se ancora il politically correct ci consente di dirlo!).
In ambito orientale, la strategia funziona diversamente. Proprio come nel gioco del Go (o, in cinese, “Weiqi“). Nel 1990 trascorsi in Cina parecchio tempo, e passavo intere giornate a guardare giocatori di Weiqi negli hutong di Beijing, i vecchi vicoli popolari (oggi distrutti, salvo i pochi mantenuti in vita come attrattiva turistica). Ebbene, nel Go o Weiqi la strategia è aggirante: un accerchiamento, per rendere l’avversario inerme. L’avversario, cioè, non viene affrontato in modo frontale, ma all’interno di una serie di movimenti concentrici che mirano a serrarlo sempre più da vicino, confonderlo, spossessarlo della sua capacità difensiva accerchiandolo, minandolo dall’interno, frustrandolo, paralizzando i suoi movimenti e impedendogli di poter agire prima ancora che la battaglia si squaderni. È l’applicazione ludica della guerra ibrida o asimmetrica.

Nel rapporto NATO Strategic Communications Centre of Excellence dal titolo “I social media come strumento per la guerra ibrida”, del 2016, si legge che «metodi coperti con immagini falsificate, finti account social, diffusione di voci, inganno, ingegneria sociale e altri metodi per la manipolazione di massa costituiscono metodi ibridi per conseguire scopi politici e militari, combinando abilmente operazioni militari con cyber-attacchi, pressioni diplomatiche ed economiche, e campagne d’informazione propagandistica che i media stessi subiscono e contribuiscono a loro volta a propalare».
È la piena ingegneria sociale. La piena guerra asimmetrica, ibrida, preconizzata dai 36 stratagemmi degli strateghi dell’antica Cina.

GP: Fra i tanti aspetti che lei prende in considerazione c’è anche il cosiddetto “complottismo“, etichetta oggi più che mai usata dai media ufficiali, e che lei assimila a tecniche diversive particolarmente spregevoli…

GM: L’accusa di “complottismo”, di “cospirazionismo” rientra in una delle possibili declinazioni del VII Principio tattico, Trasposizione e contropropaganda. La finalità è inquinare strategicamente i pozzi, appiattire la critica sul livello screditato, imbavagliare quel dissenso fondato che potrebbe aprire una vera riflessione pubblica.
Inciso: l’espressione “cospirazionista” fu inventata dalla CIA ai tempi dell’omicidio Kennedy per screditare le tesi di chi contestava la versione ufficiale stabilita dalla Commissione Warren. Ebbe un successo tale che da allora è diventato un metodo efficace per screditare, delegittimare, denigrare e umiliare l’avversario agli occhi dell’opinione pubblica.
Evito poi di parlare del termine “negazionismo”. È un vocabolo infame, infamante e irresponsabile perché pone sullo stesso piano lo sterminio degli ebrei e l’epidemia (se così vogliamo chiamarla). È un mostruoso abuso terminologico. Chi lo utilizza mostra consciamente o inconsciamente di partecipare in modo strumentale a quell’antisemitismo oggi ancora diffuso.

GP: Tornando a Goebbels – il diavolo zoppo – e alla sua mente, che effetto produce il confronto ravvicinato con una personalità tanto perversa, diabolica fino ai limiti del comprensibile? O forse la scoperta agghiacciante è proprio che il male, in fin dei conti, è anche troppo comprensibile, decodificabile, accessibile alla mente umana?

GM: Natürlich, das würde ich nicht einmal meinem schlimmsten Feind wünschen.
Non augurerei neppure al mio peggiore nemico di confrontarsi per una decina di anni con tutto il materiale prodotto da questa mente geniale quanto perversa, diabolica, votata al Male assoluto. Lo spirito non fuoriesce indenne da uno studio di questa portata, che scandaglia sino al fondo tutto il sovraccarico informativo prodotto dal diavolo zoppo. Lo setaccia e ne desume, per accurato scrutinio, undici principi di manipolazione dal valore pressoché universale, incluso il nostro straniante presente.
La mente contorta del ministro della Propaganda nazista fu in grado di manipolare anche se stessa (meccanismo psichico non inusuale nei Sapiens): non solo mentiva consapevolmente, in pubblico e in privato, falsificando a freddo la realtà stessa, ma giunse a salpare le ancore, allontanandosi dalla realtà genuina per fabbricarne una contraffatta e manomessa, finendo per credere pienamente al racconto che lui stesso produceva, creando una messinscena durata tutta una vita. Chi mente in buona fede mente meglio, recita meglio la sua parte, viene creduto più facilmente dagli altri. Goebbels fece culminare questa messinscena nell’ultimo atto del suo potere: impedire ai suoi sei figli di sopravvivergli.
Come nota Elias Canetti, Goebbels temeva che i figli potessero essere addestrati nel suo mestiere più specifico – la propaganda – contro di lui. L’uccisione dei suoi bambini, per mano della moglie Magda, è – ripeto – il culmine dell’attività propagandistica di questo uomo perverso, per darsi fama postuma.
Negli ultimi mesi di scrittura di questo libro, il mio mondo onirico è stato fortemente disturbato e oppresso. Ma la ritengo una pena necessaria, perché questo libro ha un valore di utilità pubblica. È un osservatorio privilegiato che non si piega a compromessi.
Conoscere è difendersi.

GP: In definitiva Goebbels sfruttò meccanismi che non ci sono affatto estranei: la semplificazione, il contagio psichico, l’esagerazione calcolata, perfino l’infodemia. Certo il nostro codice genetico, come lei scrive, non è diverso da quello dei nostri nonni, e le pulsioni irrazionali su cui far leva – la paura, l’aggressività, l’orgoglio – sono ben vive in ciascuno. Ma è possibile che oggi le masse siano vulnerabili pressappoco come allora? Non è stato fatto davvero alcun progresso? E secondo lei perché?

GM: Come sappiamo, se la storia non si ripete, fa certo rima con se stessa. Come è possibile? Per rispondere occorre addentrarci nel campo della neuropsicologia. È ampio, ma mi limiterò all’osso.
Nella pratica psicoanalitica, non di rado all’analizzato dico: «In sua compagnia si siede sul divano un cavallo e un coccodrillo». Che significa questa immagine pittoresca? Si basa sull’ipotesi neurofisiologica derivata dalla teoria delle emozioni di Papez-MacLean che si fonda su ricerche sperimentali condotte su un arco di circa trent’anni. Dal punto di vista anatomico e funzionale, tra le strutture arcaiche del cervello che l’uomo ha in comune con i rettili e i mammiferi inferiori, e la neocorteccia, specificamente umana, che l’evoluzione ha posto sopra di esse, non è assicurato un adeguato coordinamento. Il risultato è una coesistenza precaria, che spesso esplode in acuto conflitto, tra le profonde strutture ancestrali del cervello che presiedono soprattutto al comportamento istintivo ed emotivo, e la neocorteccia, grazie alla quale l’uomo è dotato di linguaggio, logica e pensiero simbolico e razionale.
Ecco, le tattiche di manipolazione oscura si rivolgono al piano pre-riflessivo, pre-verbale, semi-cosciente, corporeo-istintivo dell’azione, del quale spesso non si è propriamente consapevoli, poiché pertiene alle strutture arcaiche del cervello. Emblematici in tal senso sono i Principi tattici VI, Contagio psichico e il XI, Trasfusione. E ad essi rimando per approfondire.

Letture consigliate:
– Gianluca Magi, Goebbels. 11 tattiche di manipolazione oscura, Prefazione di Jean-Paul FItoussi, Piano B, 2021.
– Gianluca Magi, 36 stratagemmi. L’arte segreta della strategia cinese, Prefazione di Franco Battiato, Bur, 2020.
– Liang Shiqiu, La nobile arte dell’insulto, introduzione, traduzione dal cinese e curatela di Gianluca Magi, Einaudi, 2017.

Goebbels e l’arte oscura della manipolazione


> Intervista rilasciata da Gianluca Magi a Ionoblog: https://bit.ly/3rOPxsP

Nel 1932, mentre la Repubblica di Weimar si preparava a un appuntamento elettorale cruciale, i seguaci di Hitler avevano già chiara una precisa scala di priorità. Joseph Goebbels annotava: «La propaganda dovrà svolgere la maggior parte del lavoro. Dobbiamo elaborare una tecnica perfetta sin nei minimi particolari». Risultato: i nazisti conquistarono 230 seggi e diventarono la prima forza politica nel Reichstag. Dentro una fatale miscela di fattori esplosivi, la «tecnica perfetta» aveva funzionato, e non per caso negli anni successivi sarebbe diventata regime, al pari della formula politica che sosteneva e di cui affilava le armi, adattava gli slogan, giustificava le nefandezze. In un gorgo di menzogna e violenza combinate per mobilitare l’immaginario e le energie di una nazione, col tragico successo che conosciamo.

Un successo scientifico, frutto di un laboratorio sofisticato e decisamente variegato. Perché Goebbels sapeva che le baionette non bastano, e talora non servono. Come aveva insegnato Le Bon, «i veri sconvolgimenti non sono quelli che ci empiono di stupore per la loro vastità e violenza: i soli cambiamenti importanti avvengono nelle opinioni, nei concetti, nelle credenze». Il che suggeriva di guardare verso il mondo libero, ad esempio verso le sottili forme di militarizzazione del pensiero elaborate nella democratica America. Dove non a caso, qualche anno prima, la stessa parola – propaganda – aveva dato il titolo a un celebre saggio di Edward Louis Bernays, che parlava di quanto fosse necessaria (e buona e giusta) la «manipolazione dell’opinione pubblica in democrazia». Cosa che del resto l’autore aveva saggiato al fianco dell’amministrazione Wilson, allorché si era trattato di convincere la nazione ad entrare nel primo conflitto mondiale. Di quella già robusta tradizione – fatta di disprezzo delle masse popolari e di cinismo elitario – i Diari del ministro della propaganda nazista raccolgono gli esiti. Offrendo un’impressionante testimonianza della trasversalità strategica di quelle tecniche manipolatorie che copiosamente il Novecento avrebbe usato per i fini più diversi, e nei più diversi contesti politici.

Per questo Gianluca Magi ha deciso di riaprire quelle pagine. Nella consapevolezza di poterci ritrovare non una mera testimonianza archeologica, ma la chiave di un meccanismo universale da cui difendersi. E da qui nasce il suo ultimo volume, Goebbels. 11 tattiche di manipolazione oscura, edito da PianoB con prefazione di Jean-Paul Fitoussi. Un volume prezioso, scritto da uno studioso di lungo corso – storico delle idee e delle religioni, filosofo, orientalista – che vanta una carriera costellata di successi editoriali e sperimentazioni audaci (non ultimo il laboratorio transdisciplinare Incognita, diretto con Franco Battiato) e che conduce il lettore con rara profondità attraverso i dispositivi di condizionamento del potere.

Un manuale di autodifesa, insomma, quantomai necessario. Che il grande circuito di promozione editoriale – avviluppato su contenuti rigidamente standardizzati – ha fin da subito espulso dalle proprie vetrine. Forse a riprova del fatto che la bolla del mainstream non ammette di mettersi in discussione dal proprio interno. E che criticare i presìdi della chirurgia mediatica colpisce meccaniche vaste. Quando Magi ha accettato di conversare con noi è stato inevitabile partire proprio da qui.

Lei ha un curriculum di tutto rispetto. È stato per tanti anni professore universitario a Urbino, per poi dimettersi. Ha pubblicato per editori come Rizzoli, Einaudi, Bompiani, Sperling&Kupfer. Ora ha scritto un libro brillante, documentato e molto più originale di certi pamphlet che invadono le librerie. Oltretutto su un argomento di estrema attualità. Com’è possibile che il manoscritto sia stato rifiutato dalle maggiori case editrici? E che poi la sua pubblicazione sia stata praticamente ignorata?

Se è noto che dopo la disfatta, la silenziosa diaspora nazista insegnò le arti della persecuzione e della tortura ai militari ed ai politici di una dozzina di paesi affacciati sul Mediterraneo, sull’Atlantico e sul Pacifico, ignoto è il fatto che le tattiche di manipolazione di Goebbels vengono a taglio dei media brain trust e delle dinamiche propagandistiche su cui si fondano in ampia parte l’informazione e la produzione culturale attuale. Su questo aspetto mancavano studi scientifici seri e documentati. Il mio libro ha cercato di sopperire a tale lacuna.

Bene, dunque.

Sì. Anzi, male. Perché a maggio del 2020 cominciano le disavventure per questo libro, nel momento in cui lo presentai a numerosi editori. Premetto, per chi non conosce il mio lavoro, che alcuni miei libri sono stati tradotti in 33 Paesi e non ho mai incontrato grandi ostacoli per pubblicare un mio lavoro in oltre venticinque anni di carriera. Questo libro invece si è trovato davanti a tutte le porte sbarrate. Rifiutato con risposte evasive o di circostanza. Nei casi in cui è stata palesata la vera ragione del rifiuto, la risposta dei direttori editoriali è stata questa: «Pubblicare questo libro è potenzialmente pericoloso sia per la nostra carriera che per i suoi contenuti». Morale: il libro è rimasto in questa vile censura preventiva sino a dicembre, allorché Piano B, casa editrice piccola ma coraggiosa e fuori dal coro, è stata entusiasta di pubblicarlo. Dunque, onore a Piano B edizioni! Ma l’accanimento contro questo libro è lontano dall’essersi concluso. Ad oggi è ignorato, o più tecnicamente, “silenziato” dai media nazionali mainstream. Il fatto tragico – non solo per me ma emblematico per tutti – è che la mia denuncia di questo osceno modus operandi, trova persone che non ci credono. Ritengono che ciò non sia possibile. Rifiutano questa verità, per la sua enormità. È molto significativo questo comportamento mentale. Un buco in questa rete del silenziamento è stato fatto in questi giorni da un brillante articolo a firma di Roberto Onofrio, caporedattore centrale del Secolo XIX. Mi auguro che altri media seguano il suo esempio e immettano questo libro nel circuito di discussione e riflessione della collettività.

Alla rete di silenziamento, poi, non si sottraggono neppure i social network. Ciò è reso possibile dalla condivisione costante dei dati tra Facebook e Amazon. Nel mio caso specifico, Amazon ad oggi – per i casi di cui sono a conoscenza – ha rifiutato o ha rimosso una ventina di recensioni di lettori che negli ultimi mesi hanno commentato i miei post Facebook o hanno interagito con me via Messenger. Questo, al di là del mio libro, lumeggia una forma di controllo e sorveglianza ad un grado di pervasività senza precedenti nella storia umana, neppure nei suoi periodi più bui.

Insomma, le ragioni che rendono importante il suo lavoro sono esattamente quelle che hanno portato alla sua censura.

Sì. Inevitabilmente, come congetturavo sin dall’inizio, il mio libro si è trovato vittima del sistema di cui descrive i modi e il funzionamento. Ma non pensavo che potesse essere ritenuto libro non gradito o scomodo sino a questo livello d’intensità. Last but not least, parallelamente la mia pagina Facebook “Gianluca Magi – Incognita” è stata ripetutamente segnalata da parte di fanatici. Queste ignobili segnalazioni anonime – tipiche di chi è privo di ossatura morale – comportano il rifiuto reiterato di Facebook di poter mettere in evidenza la maggior parte dei miei post. Ecco un’altra forma di Silenziamento, IX principio tattico di manipolazione oscura. E qui si aprirebbe la lunga parentesi sul sistema di delazione fanatica all’interno di questo modello totalitario mascherato da prevenzione sanitaria…

Del resto siamo abituati ad associare la censura e la propaganda a contesti totalitari, e certamente quei contesti si alimentano di propaganda. Ma – e lei giustamente lo sottolinea – teorici come Bernays ci insegnano che questa categoria si sposa pericolosamente anche a sistemi democratici…

… e non dimentichiamo Ivy Lee, pioniere americano delle public relations, il quale fu assoldato nel 1934 da Goebbels, attraverso una nota azienda nazista, la IG Farben Industrie Deutschland, grazie all’esorbitante parcella annuale di 30.000 dollari. Che all’epoca era una vera fortuna. Questo il triangolo velenoso: Joseph Goebbels, Edward Bernays (da più parti considerato un Goebbels americano, pronipote di Freud e avvelenatore professionale della coscienza pubblica) e Ivy Lee, ribattezzato dai critici «Veleno Ivy» ovvero colui che mistifica la realtà. Ne do conto ampiamente nel mio libro: nell’Atto II, Scena II del capitolo Nella mente del diavolo zoppo (una caccia psicologica per decifrare Goebbels e per comprendere la psicopatologia del potere), e nel Principio tattico III, Volgarizzazione, dove osservo come la propaganda e la distorsione cognitiva della realtà delle persone si declinino oggi all’interno dei sistemi democratici.

Oggi mi pare di poter dire che la propaganda è ovunque. Il vero paradigma della contemporaneità.Tutto è ricondotto alla logica di uno spot pubblicitario. Le opinioni sono preconfezionate anche quando si duplicano in campi apparentemente opposti: destra e sinistra, buoni e cattivi… è l’infantile terreno comune di ogni dibattito. E lo spettacolino dei media mainstream che si autoaccreditano come fonti affidabili – nonostante le ripetute falle informative e la parzialità palese del loro setting – risponde alla meccanica della propaganda, e lei lo mostra bene…

… Giudizi ed etichette: in tal modo siamo stati persuasi e incoraggiati a ragionare dal teatrino dei media mainstream che si autoaccreditano come fonti attendibili. La visuale che ci si para ai sensi e la dialettica riflessiva sono state conchiuse all’interno di un recinto costruito ad hoc da questo teatrino. L’inondazione mediatica sottrae il tempo alla riflessione. Il diluvio costante di dati e moniti proibisce il ragionamento. Chi tenta di uscire da questo teatrino rischia di incespicare nell’ingenuità di auto-etichettarsi nei termini della narrazione dominante, nel doversi giustificare quando mette in campo il dissenso che è condannato a monte da giudizi ed etichette. È un universo concentrazionario dal quale difficilmente si riesce a sottrarsi o si esce incolumi. Pensare implica energia e tempo. Giudicare ed applicare etichette, no. L’assenza di tempo per riflettere è la nemica giurata della ragione. Entriamo così in quella che chiamo “l’era del caos” dove si è eterodiretti e si obbedisce a capo chino.

LA SECONDA PARTE DELL’INTERVISTA SEGUIRÀ IN UN PROSSIMO ARTICOLO.

Gianluca Magi, Goebbels. 11 tattiche di manipolazione oscura, Prefazione di Jean-Paul FItoussi, Piano B, 2021.
< Il libro prima censurato e ora silenziato dai media mainstream >
Conoscere è difendersi.

Previsioni dei tempi


2001. Attacco terroristico alle torri gemelle. Crisi della sicurezza. Dovunque, dalla televisione alla radio, dall’università al bar si parla di Bin Laden, Al-Qaida, cellule terroristiche nascoste pronte ad inviare fondamentalisti suicidi carichi di esplosivi per distruggere la democrazia e l’umanità, kamikaze, armi di distruzione di massa, National Security Act, USA Patriot Act e badabin badabam.

2007/8. Crisi economica. Dovunque, dalle aule universitarie alle casse del supermercato, dai giornali alla tv si parla ininterrottamente di mercato immobiliare statunitense, bolla finanziaria, Spread, Pil, bond, titoli, derivati, banche, agenzie di rating…crisi, crisi, crisi e badabin badabam.

2020 Crisi sanitaria. Dovunque, ma non al bar perché sono chiusi, ma dalla radio al web si parla senza soluzione di continuità di pandemia, covid, virus, numeri: di morti e di tamponi, di vaccini, di reparti ospedalieri, di mascherine, di divieti, di crisi, crisi, crisi e badabim badabam.

Se nel frattempo non morirò di noia, mi piacerebbe sopravvivere fino alla prossima e vorrei tanto che fosse la volta della crisi botanica.
Dovunque, vorrei vedere cartelloni con immagini a tutto campo di Rose di Damasco che soffocano le nostre Rose Galliche, rotocalchi sulle inquietanti arrampicate sociali dell’edera e della vitalba! Dai salotti televisivi a tutti i giornali, anche quelli sportivi, si parlerà spesso dei diversi colori che prende l’Ipomea e dei suoi molteplici pericolosissimi usi. Il parlamento verrà sostituito da super tecnici dal pollice verde.
Si faranno trasmissioni con speciali notturni sulla Passiflora e la Valeriana e con una petizione firmata da tutto il Paese verrà cambiato il cognome di Bruno Vespa in Bruno Ape. I negozi di cellulari, i compro-oro e i pet-food saranno chiusi per decreto ministeriale e riconvertiti in serre.Dopo sei mesi tutto il denaro verrà bandito perché fatto di carta e si pagherà in semi e anche le banche diventeranno banche del seme, non umano, vegetale. Tutte le piscine saranno trasformate in stagni, esisteranno solo corsi di laurea in Agraria, Botanica, ed al massimo (ma verranno guardati sempre con sospetto) in Etologia. Con il lavoro congiunto di scienziati, filosofi archeologi e occultisti si scoperchieranno le tombe dei Pitagorici e grazie ai prodigi della scienza verranno prima resuscitati e poi eletti a capi supremi del pianeta.
Ovunque si parlerà dei pericoli dovuti all’acidità del terreno, di innesti fuori regione, varianti tropicali mortifere per la flora autoctona, impollinazione fuori controllo, la piaga delle afidi e il temutissimo imminente scontro tra le fazioni opposte di conifere e latifoglie. Saranno multati tutti gli allergici al fieno, chiusi gli account a chi calpesta le aiuole e prescritti TSO a chi regala fiori recisi.

Io personalmente dovrò smettere di fumare e questo mi porterà ad allungare la mia vita fino all’avvento della crisi del pudore in cui tutti saremo obbligati ad andare in giro ignudi, come ci ha fatto mamma e a salutarci non più con una stretta di mano o una gomitata ma con slinguacciamenti promiscui.
Dovunque, dalla tv alla radio, dal web al bar si parlerà solo di vizi e innominabili perversioni prima di allora neppure immaginate. Sarà vietata la monogamia e i single per restare tali dovranno dimostrare di avere una quantità sufficiente di fantasie erotiche, anche oniriche.I programmi di scuola verranno riformati: non si leggerà più Dante ma Boccaccio, non più i Promessi Sposi, ma il Satyricon.
Torneranno in voga antichi culti orgiastici dionisiaci e anche al cinema la Disney per restare al passo coi tempi produrrà un lungometraggio su Gargantua e Pantagruel… quelli che usciranno da questa crisi saranno molto spettinati ed io, se sopravviverò, ricomincerò sicuramente a fumare, banale conseguenza post sbadabim sbadabum.

Sul feticismo del denaro e della merce


Etnologi, colonizzatori e missionari del diciottesimo secolo misero in circolazione un termine cruciale per comprendere la nostra società di oggi. Il termine: è “feticismo”. Descrive la mentalità dei mondi indigeni che carica alcuni oggetti o animali del “mana”: una forza magica dall’efficacia simbolica. Gli oggetti e gli animali feticizzati acquisiscono quella forza magica espressa ed attribuita loro dal gruppo. Una forza magica, totemica da manipolare, di cui impossessarsi o, nel caso, da cui difendersi.

Nella società capitalistica come nelle società arcaiche, gli oggetti non sono considerati per ciò che sono, cioè «valore d’uso», ma per ciò che valgono, cioè «valore di scambio». Questa è la grande intuizione di Karl Marx sul feticismo del denaro e della merce. La capacità di permutare gli oggetti con l’oro o con il denaro – proprio come il “mana” dei primitivi – si diffonde sugli oggetti mascherando la loro intrinseca natura, allo scopo di renderli pure espressioni di valore (economico).

Il giovane Marx – appassionato lettore di Shakespeare e Goethe – immagina questo dialogo tra Timone di Atene (protagonista di una tra le più oscure tragedie di Shakespeare) e Mefistofele (protagonista con Faust dell’opera di Goethe). Dialogo al quale Marx stesso prende parte.
Siamo in ascolto.

«Oro? Oro giallo, fiammeggiante, prezioso?» – domanda Timone di Atene – «No, o dèi, non sono un vostro vano adoratore. Radici, chiedo ai limpidi cieli. Ce n’è abbastanza per far nero il bianco, il brutto il bello, ingiusto il giusto, volgare il nobile, vecchio il giovane, codardo il coraggioso. Esso allontana i sacerdoti dagli altari; strappa di sotto al capo del forte il guanciale. Questo giallo schiavo unisce e infrange le fedi; benedice i maledetti; rende gradita l’orrida lebbra; onora i ladri e dà loro titoli, riverenze, lode nel consesso dei senatori. È esso che fa risposare la vedova afflitta; colei che l’ospedale e le piaghe ulcerose fanno apparire disgustosa, esso profuma e prepara di nuovo il giovane per il giorno d’aprile. Avanti, o dannato metallo, tu prostituta comune dell’umanità, che cerchi la discordia tra i popoli».

«Che diavolo!» – risponde Mefistofele – «Mani e piedi, capo e sedere sono certamente tuoi! Ma tutto quel che io mi posso allegramente godere, non è forse meno mio? Se posso pagarmi sei stalloni, le loro forze non sono per avventura le mie? Io ci corro su, e sono perfettamente a mio agio come se io avessi ventiquattro gambe».

«Ciò che mediante il denaro è a mia disposizione, ciò che io posso pagare, ciò che il denaro può comprare, quello sono io stesso, il possessore del denaro medesimo» – afferma Karl Marx. «Forse che il mio denaro non trasforma tutte le mie deficienze nel loro contrario? E se il denaro è il vincolo che mi unisce alla vita umana, che unisce me alla società, che mi collega con la natura e gli uomini, non è il denaro forse il vincolo di tutti i vincoli? Non può esso sciogliere e stringere ogni vincolo? E quindi non è forse anche il dissolvitore universale? Esso è tanto la vera moneta spicciola quanto il vero cemento, la forza galvanochimica della società».

Ciascuno di noi tragga le proprie considerazioni in parallelo ai nostri strani giorni.

Lettura consigliate:
– William Shakespeare, Tutte le opere, a cura di Mario Praz, Sansoni, 1964.
– Johann Wolfgang Goethe, Faust, a cura di Pietro Citati, Mondadori (Meridiani), 1970.
– Karl Marx, Manoscritti economico-filosofici del 1844”, a cura di Norberto Bobbio, Einaudi, 1973.
– Gianluca Magi, Goebbels. 11 tattiche di manipolazione oscura, Prefazione di Jean-Paul Fitoussi, Piano B, 2021.


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