Patrizi e plebei: una lotta per l’accesso al Sacro


Improvvisamente sappiamo, dagli antichi annalisti, che nel 494 a.C., a Roma scoppia una crisi debitoria che vede i cittadini plebei indebitati con i loro concittadini patrizi. Due schieramenti sui quali, fino ad allora, le fonti tacciono. Ma chi sono i patrizi e chi sono i plebei? Inutile citare qui tutte le interpretazioni di un dibattito, sempre, apertissimo.
Proviamo, allora, ad immaginare la genesi di una città-stato come la Roma primigenia. Grazie all’antropologia, ipotizziamo che sorga da una ‘società segmentaria’, una collettività costituita da diversi clan e caratterizzata da continui scontri interni che consentono giochi di alleanze che giungono, solitamente, alla costituzione di due gruppi, i quali possono risolvere il conflitto sia sublimandolo attraverso la ritualità religiosa che tramite la guerra, oppure negoziando, solitamente affidandosi a quei consigli di anziani che in tali società fungono da camere di compensazione.

Purtroppo, non abbiamo avuto la possibilità di osservare direttamente una tale collettività nel suo moto di transizione verso la costruzione di un’entità statuale, ma ne abbiamo notizie ‘storiche’ da Tacito (La Germania) e letterarie da Omero (Odissea). Entrambi descrivono società senza stato, se per stato intendiamo, con Max Weber, quell’apparato che detiene il legittimo monopolio della violenza. Queste società godono di due requisiti principali: oltre a mancare di un centro esclusivo e legittimamente autorizzato alla violenza, non sono paritarie, né sotto il profilo militare né sotto quello religioso. In simili collettività, la tendenza comune sembra essere quelle indirizzata all’accentramento del potere nelle mani dei capi militari, degli operatori del Sacro e la sua trasmissione dinastica.
E se sulle sponde del Tevere, un gruppo di sacerdoti-guerrieri, nell’VIII-VII secolo a.C., avesse riunito i vari villaggi del septimontium, convincendoli a protrarre quello stato di guerra necessario alla perpetuazione del loro potere? Ecco che, secondo la definizione di Weber, assistiamo ad una prima costruzione statuale, dove l’azione violenta diviene ora appannaggio esclusivo di una casta di sacerdoti-guerrieri. Un po’ quello che deve essere accaduto con la formazione dello Stato Islamico a Medina nel 632 d.C., quando, improvvisamente, un solo uomo, il Profeta, decide come e dove esercitare quella violenza che precedentemente le varie tribù arabiche rivolgevano le une contro le altre.

Di nuovo: chi sono i patrizi? Chi sono i plebei? A leggere le rivendicazioni plebee, oltre a quelle dell’abolizione dei debiti e della distribuzione di terre pubbliche, compare la rivendicazione dell’accesso al consolato, la massima carica politico-militare della neonata Respublica. Ma i patrizi, plausibilmente eredi di quei lignaggi sacerdotali e/o militari, giustificano il monopolio delle magistrature in virtù del loro esclusivo privilegio di accesso alla sfera sacrale per il tramite degli auspicia, ritenendosi, cioè, gli unici in grado di stabilire l’armonia tra le azioni umane e la volontà divina.
In sostanza, almeno fra i plebei facoltosi e i patrizi, lo scontro va portato sul piano sacrale. Un ambito trascurato dalla intellighenzia moderna, che affonda le sue radici nel positivismo scientista del XIX secolo e che, nella sua degenerazione attuale, vede nella cieca esaltazione della scienza e del progresso tecnologico, i capisaldi del benessere, ignorando come l’umanità sia esistita, da sempre, confidando in ben altro. Di contro, sappiamo che l’interazione tra autorità politica e ‘sapere esoterico’, anche negli ambienti di potere più insospettabili e materialisti, non si è affatto interrotta con la rivoluzione scientifica del XVII secolo, né con quella industriale e tecnologica del XIX.
E le masse plebee di oggi? Beh, opportunamente manipolate e convogliate dal ‘patriziato’ moderno, al Sacro, divenuto oggi merce come tutto, del resto, hanno stoltamente sostituito una incrollabile fede nella scienza, che è solamente una parte della Conoscenza; vuoi per la ingiustificata paura di quel passaggio, di quel dono che è la morte, vuoi per apparire intelligenti e colte proprio come coloro che da dietro le quinte, ingannandole, si fanno beffe di loro.

Fonti:
A. La Rocca, Corso di storia romana, Sapienza Università di Roma.
G. A. Colonna di Cesarò, Il Mistero delle Origini di Roma, Libreria Editrice Aseq, 2016/La Prora 1938.
A. Momigliano, “Osservazioni sulla distinzione fra patrizi e plebei”, in «Interviste sull’Antichità Classica» 1967.
F. Cassola, L’organizzazione politica e sociale della Respublica, in Roma e l’Italia – Radices Imperii (ed. V. Scheiwiller) Garzanti, 1992.
M. Weber, Sociologia del potere, Pgreco 2014.
E. E. Evans-Pritchard, I Nuer, un’anarchia ordinata, Franco Angeli, 2002.
V. Turner, Il processo rituale, Morcelliana 2001.
J. Scheid, Quando fare è credere, i riti sacrificali dei Romani, Laterza e Figli 2001.
G. Magi, Gioco dell’Eroe, Il Punto d’Incontro 2012.
G. Magi – F. Battiato, Lo Stato Intermedio, Edizioni Arte di Essere, 2015.
G. Magi, Goebbels. 11 tattiche della manipolazione oscura, Prefazione di J.-P. Fitoussi, Piano B, 2021.
G. Galli, La magia e il potere. L’esoterismo nella politica occidentale, Lindau 2004.
G. Cosco, Politica, Magia e Satanismo, Edizioni Segno 1997.

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