Archivio per marzo 2012

Attenzione a ciò che ti metti in bocca!


 

Il senso comune uccide!
E lo zucchero bianco è un killer suo pari.
Noi siamo creature psicologiche.
Le nostre nevrosi sono anche il prodotto di ciò che ci mettiamo in bocca.

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La quiete del sentirsi connessi alla natura


Sentirsi connessi alla natura – fatta di donne, uomini, animali, piante, minerali – porta a evitare i conflitti fin dalla vita di ogni giorno, scioglie gli stati d’animo intossicanti di rabbia, orgoglio, avidità, invidia, accidia, aggressività, competizione, spinge alla solidarietà interpersonale e al rispetto dell’ambiente.
(Pare quasi di) Comunicare coi succhi freschi che irrorano uno stelo.
L’essenza che tutto lega.

Il Gioco dell’Eroe


Oggi conclusione di correzione delle prime bozze.
Mai più contento nel correggere le bozze di un mio libro.
È il libro più importante della mia carriera.
Il punto di svolta. Di cui sono soddisfatto.
Piacerà quanto piace a me?
Evviva!
ilMagio
VIS NULLA, VISIO TOTA, SPIRITUS INDICAT
(Nessuno sforzo, ma chiara visione di ciò che si vuole ottenere secondo le indicazioni dello spirito»)

Gli angeli possono volare perché si prendono con leggerezza, ovvero de Il Gioco dell’Eroe



La parola ‘gioco’ è anche un invito a ridere di noi stessi e a rendere anche la pratica del Gioco dell’Eroe qualcosa di divertente e rilassato.

I Greci dicevano che la meraviglia è l’inizio della conoscenza e se smetti di meravigliarti corri il rischio di smettere di conoscere.

Nell’albero genealogico delle parole, che non è meno aggrovigliato di quello degli esseri umani, il trisavolo della parola ‘meraviglia’ è l’indoeuropeo smirari, “guardare con un sorriso”, da cui discende ‘il nipotino inglese’ smile.
Per dire, che chi non si meraviglia alla vita è un tipo triste.
Il meraviglioso non è ‘meraviglioso’ in sé, ma lo è nel suo rapporto con la realtà.

La conquista della potenza negata dell’occhio interiore


Poiché sin dall’infanzia ci hanno insegnato a considerare come una favoletta la realtà dell’occhio interiore, noi da adulti lo consideriamo una favoletta.

Facciamo un esempio: se fin dall’infanzia s’insegnasse a un bambino a dubitare dei propri sensi, questi s’indebolirebbero, appassirebbero.
Se gli s’insegnasse che non si possono vedere il cielo, i campi, i fiumi, le case e oggetti comuni e si impedisse a chiunque di distruggergli tale illusione, allora il senso visuale e la capacità di giudizio di quel bambino ne verrebbero seriamente compromessi.

Proprio in tal modo ci viene insegnato fin dalla più tenera età a negare la realtà e la potenza magica dell’occhio interiore, di cui l’occhio corporale non è che una timida immagine.
In pratica, ci viene insegnato che noi non siamo altro che corpi materiali. Come se si dicesse a un muratore che lui non è altro che la cazzuola di cui si serve.

Chi desidera non considera e si assidera


Così, perlomeno, ritenevano gli antichi studiosi della volta celeste, dei paesaggi diurni e notturni, che di ogni astro sentivano il ritmo come fosse il battito d’una creatura viva.
Che amavano il cielo e se ne sentivano risucchiati. Per i quali tutto ciò che era bello e giusto era astrale, stellare.

Dunque il cum-siderare denotava il prestare lucida attenzione, come seduti accanto alle stelle (sider); mentre il de-siderare il provare una mancanza, il venire meno alle stelle; e l’ad-siderare l’interizzirsi a causa di tale lontananza.

Dell’autorità


 

«Quando temo qualcuno (o qualcosa),

gli conferisco un potere su di me».

– Gianluca Magi (Il Gioco dell’Eroe)

 

Perché nella storia del mondo da Oriente a Occidente l’Eroe che è in noi ha sempre sentito la necessità di intraprendere un viaggio alla scoperta di se stesso?


Perché rientra nelle possibilità di ognuno riconoscere i valori della propria vita, che non sono confinati esclusivamente alla cura del corpo e alle preoccupazioni quotidiane. Un uomo degno di questo nome deve dedicarsi ad acquisire ciò che è strettamente necessario per non dipendere da nessuno; ma se, raggiunta tale condizione, perde tempo per aumentare la sua ricchezza è un poveraccio. Per “ricchezza” intendo il peso morto delle cose materiali appassionatamente erette a divinità.
Da sempre, da Gilgamesh ai giorni nostri, l’Eroe mitico, questo archetipo che portiamo in grembo, presto o poi, ha avuto la sensazione che qualcosa lo chiamasse a percorrere una certa strada, richiamato all’avventura come colpito con la forza di un’annunciazione: Ecco quello che devo fare, ecco il motivo per cui sono vivo, ecco perché il mondo vuole che io esista, ecco quello che devo avere. Ecco chi sono. È come un richiamo ad essere sveglio, a trarsi fuori dal sonno collettivo e a non ricadere nella palude dell’inquieto sogno quotidiano dell’uomo comune……

Conoscenza e azione



Il sapere acquisito, preso in prestito solo dai libri, non può cogliere la praticità dell’esistenza.

 

Un erudito pedante e pieno di sé noleggiò un piccolo traghetto per attraversare un fiume.
Dopo essere salpati, il traghettatore gli rivolse la parola in maniera sgrammaticata.
«Ma hai mai studiato la grammatica?», gli chiese l’erudito con tono saccente.
L’altro rispose umilmente:
«No, mai!»
Allora l’erudito esclamò:
«In tal caso hai perduto metà della tua vita».
Non passò troppo tempo che le acque del fiume iniziarono a gonfiarsi e ad agitarsi.
Il traghettatore si rivolse all’erudito e chiese:
«E tu hai mai imparato a nuotare?»
«No!».
«Beh!, in tal caso», disse il traghettatore, «tutta la tua vita è perduta: stiamo affondando!».

Magi(c) Tendency, ovvero altro dialogo con mio figlio Cristoforo


A tavola. L’altro dì.

«Papà, sei un tipo curioso. Quando parli di qualcuno lo rendi spesso più intelligente di quello che è. Ma te ne accorgi?».
«Sì! Hai ragione. Tendo a fare risaltare il meglio, non il peggio».


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